#Torino, San Salvario un borgo che non dorme mai

movida

La movida di San Salvario

C’è un quartiere a Torino da scoprire: è il borgo di San Salvario vicino alla stazione di Porta Nuova e al Palazzo del Valentino diventato famoso negli ultimi anni per la Movida notturna e per i locali alternativi, i mercati, le botteghe ecologiche. Un quartiere che non dorme mai. Fino a qualche anno fa era una zona poco frequentabile per le tensioni multietniche, l’immigrazione e lo spaccio, oggi è diventato un quartiere modello dove accoglienza e condivisione sono divenute le parole chiave per la rinascita. Di notte la Movida non lascia tregua agli abitanti che regolarmente organizzano petizioni, finora senza successo, contro questa marea di giovani anima pulsante della vita notturna cittadina. Qui puoi passare da un locale all’altro bevendo senza spendere una follia. Lo spettacolo non sta dentro i locali ma fuori nei vicoli di San Salvario dove a fatica si riesce a passare a piedi, figuriamoci  in auto.

2017-02-27-10-43-56

La casa del quartiere

San Salvario è soprattutto il progetto pilota che Torino città metropolitana, in collaborazione con l’Asl e Slow Food hanno creato sul cibo inteso non come locali stellati e chef famosi, ma come buone pratiche quotidiane perché anche quando andiamo al bar a mangiare un panino vogliamo avere la certezza di ciò che mangiamo. Il progetto presentato nell’ambito del Festival del giornalismo alimentare è riuscito in poco più di un anno a costruire una rete di negozi, bar, caffetterie, focaccerie, pasticcerie, ristoranti, pizzerie, piole, bistrot tutte appartenenti al circuito “Feeding your fair“, ad indicare che in quel locale si aderisce alle buone pratiche del cibo. Elena Di Bella dirigente dei servizi di politiche sociali e di parità lavora per la città metropolitana alla selezione dei locali che devono dimostrare in primo luogo di non usare cibi che contengano polifosfati aggiunti, non devono utilizzare grassi idrogenati, neppure olii tropicali come l’olio di palma, oppure cibi precotti e formaggi fusi come le sottilette. “Cibo e salute non devono essere appannaggio solo di chi investe in prestigiose location, in immagine e in slogan salutistici perchè – spiega Elena Di Bella – ci sono operatori meno visibili, ma non per questo meno capaci, i quali scelgono con cura le materie prime si occupano della genuinità dei loro prodotti e prestano attenzione all’ambiente, alle disuguaglianze sociali e alla promozione della salute”.  Il giro dei locali non può prescindere da una visita alla casa del quartiere, un luogo di incontro e di socializzazione, con bar e ristorante al suo interno in via Morgari 14. Un tempo bagni pubblici oggi la casa del quartiere è una rete di strutture gestite dal quartiere stesso. Sulla piazzetta la Chiesa del Sacro Cuore dove si affaccia la casa di Natalia Ginzburg a cui è dedicata la piazza. La zona era abitata dalla comunità ebraica come testimonia la bellissima sinagoga poco distante e la sua piazza dedicata a Primo Levi.

2017-02-27-11-17-31

La Sinagoga

Il giro tra i maestri del gusto e le buone pratiche inizia da un negozio particolare Il Negozio Leggero in via Ormea 23 che vende prodotti senza imballaggi per ridurre la produzione dei rifiuti domestici. Vino, birra, pasta, detersivi per la casa, biscotti, legumi tutto è venduto senza imballo. I clienti arrivano al negozio portandosi i contenitori, bottiglie di vetro, in plastica, sacchetti che riempiono con gli alimenti. Un risparmio non solo per l’ambiente, ma anche per il portafoglio dal momento che la spesa quotidiana in questa modalità consente di risparmiare dal 30% al 70% rispetto all’equivalente prodotto confezionato.

Il giro a San Salvario continua tra le vie e i negozi del quartiere, il mercato storico presente fin dall’800. In via Madama Cristina 18 c’è Lait e Formagg, una latteria dove i prodotti sono selezioni con un’attenzione maniacale tracciando tutta la filiera della lavorazione dei latticini, una dedizione che ai gestori è valso il titolo di Maestri del gusto.

Il Negozio leggero

Il Negozio leggero

Il mercato

Il mercato

Al circuito delle buone pratiche alimentari non poteva mancare Verdessenza, l’ecobottega della sostenibilità in via San Pio V, 20 dove potere acquistare attraverso i Gas (i gruppi di acquisto solidali) e tra gli scaffali trovano spazio i prodotti del commercio equosolidale, i prodotti delle terre confiscate alla mafia e delle terre terremotate. Ad esempio la carne arriva solo dai produttori che garantiscono allevamenti sani con attenzione alla salute degli animali. Tra i bistrot e i ristoranti che aderiscono all’iniziativa la caffetteria francese Si Vu plé (via Berthollet 11) dove acquistare prodotti rigorosamente francesi di piccoli produttori d’Oltralpe,  a fianco l’insegna  Camaleonte per arrivare allo Spazio Mouv in via Pellico 3 dove Daniela e Margherita via accolgono non solo per degustare i loro piatti ma anche per visitare la mostra del momento con le tele esposte tra un tavolo e l’altro.

Lait e formagg

Lait e formagg

Un locale casa e bottega perché a fianco del ristorante c’è la sede della loro agenzia di comunicazione e pubblicità. Qui trovano spazio i produttori delle Langhe di vino, frutta e verdura, noccioli fino ai famosi tajarin, le sfoglie di pasta tirata a mano e tagliate al coltello.

tagliolini

I tajarin di Spazio Mouv

Agli appassionati del brunch da consumare tra colazione e pranzo, lo Spazio Mouv risponde con la merenda sinoira questa volta tra la merenda e la cena (sina significa cena), una tradizione che arriva da lontano quando nelle aie di campagna, al ritorno dai campi col sole che tramontava, i contadini si fermavano per scambiarsi due parole a casa dell’uno o dell’altro. La merenda sinoira era una cerimonia rituale improvvisata e nei cortili sotto le tòpie (pergolati) arrivavano i formaggi, salumi, acciughe al verde, uova sode, insalata russa, qualche carpione… pane casareccio e un pintone di dolcetto a completare. Il nostro giro termina da Affini dove degustare il vermouth con le fave di cioccolato. San Salvario è tutto questo e molto altro se questa storia vi ha incuriosito contattate i ragazzi delle Guide Bogianen (in torinese vuol dire testardo) per scoprire luoghi insoliti di una città che non si ferma mai.

20170225_145107

Il bar Affini dove degustare il vermouth con le fave di cioccolato

#Etna, alle pendici del vulcano tra vigneti e fichi d’india

C’è un modo diverso per visitare l’Etna senza salire fino alle sue bocche: girarvi attorno in un ideale cerchio che parte da Catania e ritorna a Catania. Un piccolo trenino vi può aiutare in questo viaggio fuori dal tempo: è la Circumetnea, poco conosciuta dai turisti, ma che con soli 7 euro vi porta alle pendici dell’Etna dove in un lungo percorso di oltre cento chilometri si sale e si scende tra una natura piena di contrasti e di tradizioni.ferrovia-circumetnea Quando mi capita di scoprire questi gioielli mi chiedo perché andiamo così lontani nei nostri viaggi, a volte basta poco per sorprenderci. Le scoperte spesso sono casuali ed è quello che rende un viaggio speciale: potere raccontare di posti vicini o lontani ancora poco conosciuti e poco raggiungibili.

La ferrovia Circumetnea è una storia da viaggioslow: una ferrovia a scartamento ridotto, ad un solo binario che lungo una tratta di circa 110 Km, viaggia intorno all’Etna attraversando numerosi paesini ai piedi del vulcano e regalando ai viaggiatori suggestivi scorci del paesaggio lavico. Il percorso della ferrovia Circumetnea, inaugurata nel 1895, va dalla stazione di Catania Borgo fino a Riposto e viene percorso in entrambi i sensi di marcia attraversando Paternò, Adrano, Bronte e Randazzo. La Circumetnea non è un treno prettamente turistico, ma pensato per i pendolari, sebbene saltuariamente vengano organizzate anche corse puramente turistiche con littorine d’epoca. Ciò non toglie che un viaggio in Circumetnea può essere un’esperienza suggestiva per scoprire scorci del vulcano e paesaggi meno noti della Sicilia orientale.

1777

Non aspettatevi vagoni con aria condizionata perché il treno è composto da un unico vagone e già a partire dalla stazione di Catania Borgo, nei suoi colori tipici rosso e giallo ocra, si entra in una dimensione insolita. Spesso i locomotori sono vecchi, sbuffano, fischiano, ad eccezione del nuovo treno Vulcano su cui è possibile caricare la bici, ma effettua una sola corsa al giorno. Tutti i treni, però, hanno la capacità di portarci su strade difficilmente accessibili, attraverso paesaggi bellissimi e di far dimenticare per qualche ora  il telefonino.

L’avventura inizia dalla stazione Catania Borgo che con la stazione ferroviaria centrale non ha nulla da spartire: per raggiungerla si sale lungo la via Etnea e all’altezza di via XX Settembre si prende via Caronda e si comincia a salire perché la stazione si trova nella parte alta della città di Catania e non la vedrete finché non ci sarete di fronte. Attenzione agli orari perché ci sono poche corse e nei festivi non circola. Io consiglio di svegliarsi presto e prendere la corsa delle 7:55 perché il viaggio è lungo e dovrete impegnare tutta la giornata.

cartina-tracciato-fce_500Quando il locomotore vi si parerà davanti non potrete credere ai vostri occhi: l’intero treno è grande come un vagone della metro di Milano. Si sale e si attende con ansia la partenza.

L’abbrivio è rumoroso, suoni a cui non siamo più abituati, oggi tutto così ovattato. Il primo tratto non è particolarmente interessante essendo la periferia di una grande città. Misterbianco, Paternò, Adrano, Bronte fino a Randazzo si percorrono in due ore e quaranta minuti.

1725

1744

1763

1769

Il paesaggio cambia man mano che si sale fino a toccare 922 metri a Rocca Calanna, dopo Bronte, la patria dei pistacchi: distese aride che si allungano fino ai monti Nebrodi, fichi d’india che crescono in ogni angolo, e poi ancora uliveti, aranceti scorci di natura dove non passa nessuna macchina. Il trenino si inerpica sbuffando e sgusciando su stretti percorsi e sbalzi nel vuoto da brividi. Poi il panorama cambia di nuovo e diventa scuro per i resti di colate laviche immense a ricordare che l’Etna è il vulcano più alto in Europa e uno dei più attivi.

Si arriva a Radazzo alle 9:49: qui conviene scendere per visitare la cittadina di origine normanna e prendere il treno 1781successivo alle 13:24. Come molte città siciliane dell’entroterra, Randazzo è un goiellino costruito tra l’Etna e il fiume Alcantara (quello delle gole) e da qui sono passati tutti i conquistatori lasciando un segno: i Normanni, i Lombardi, Aragonesi e Spagnoli e i monumenti, per quello che resta, trovano spesso il segno di riconoscimento dell’architettura normanno-sveva. Pur essendo il centro più vicino all’Etna, è sempre scampato alle eruzioni riuscendo a conservare il suo aspetto medioevale. La basilica di S.Maria è di origine normanno-sveva stile che si associa con quello gotico-catalano dei portali. Poi i palazzi aragonesi sulla via principale, la chiesa di San Martino costruita dai Lombardi venuti al seguito dei Normanni per conquistare la Sicilia possiede uno dei più bei campanili di tutta la regione in stile gotico siciliano del periodo normanno-svevo. Come si vede questa piccola città di 11mila abitanti raccoglie una storia secolare.

Il treno riparte ma ora la strada è in discesa. Qui il panorama è meno brullo, ricco di vigneti del famoso vino dell’Etna, ma anche frutteti, aranceti, ulivi e gli immancabili fichi d’india. Da questa estate si organizzano anche visite alle cantine della zona, ma soltanto pochi giorni al mese . Manca ancora poco e già in lontananza si scorge il mare di Riposto, il capolinea. La cosa migliore, però, è scendere la fermata prima a Giarre e prendere il treno delle Fs per Catania o Taormina che passano ogni mezz’ora. Siamo così arrivati alla fine della nostra attraversata spero che l’abbiate trovata interessante, io sì e attendo i vostri suggerimenti. Buon viaggio.

1793

1787

1801

1765

circumetnea

 

Etna, il vulcano patrimonio dell’Umanità

Se avete intenzione di fare un giro in Sicilia non perdetevi una salita sull’Etna. E’ una delle nostre meraviglie che spesso non conosciamo,  patrimonio dell’Umanità che da Catania si erge lungo la via Etnea fino ai piedi del vulcano. Una salita impegnativa se ci si vuole spingere fino al cratere centrale a 3340 metri, con la bocca incessantemente fumante di vapori provenienti dall’abisso. Quando sono salita la prima volta ero appena tornata dal Nepal e quindi mi sentivo pronta fisicamente per affrontare la salita impegnativa e che può essere effettuata soltanto con una guida esperta per i pericoli dei crepacci che si aprono lungo il cammino. Quindi armatevi di scarpe adeguate e giacche a vento perché la zona è sempre ventosa.

DSCF5511

La piazza di Nicolosi

Vi accorgerete subito che la salita all’Etna è diventata una meta turistica gettonatissima con tante agenzie che offrono tour più o meno impegnativi, ma è più divertente organizzarlo da soli si possono raggiungere mete interessanti a prezzi contenuti. Ed è quello che ho fatto prendendo l’autobus pubblico da Piazza Giovanni XXIII a Catania di fronte alla stazione ferroviaria alle 08:15, un bus che parte tutti i giorni d’estate e d’inverno per la modica cifra di 6,60 euro e in due ore si arriva ai piedi del vulcano. Sull’autobus si possono caricare le biciclette perché c’è chi arriva in cima e scende sulle due ruote, oppure con la mountain bike si possono percorrere tratte inesplorate.

10996438_1123465211016751_8083732043989416312_o

Il rifugio rimasto sepolto dalla lava

D’estate l’autobus è sempre pieno quindi meglio arrivare presto per non rimanere a piedi. Il percorso lungo l’Etna del sud è una avventura, circondato da vigneti, alberi da frutta, ricco di coltivazioni. La prima tappa è Nicolosi, definita la porta dell’Etna: mi fermo per un caffé al bar la Dolce vita, ma non resisto alla granita al caffé con panna. Quando si riparte l’autobus è completo molti di coloro che lavorano sull’Etna prendono questo mezzo per gli spostamenti quotidiani. La strada è alberata, ripida e piena di curve, spunta persino il tetto di una casa: è quello che resta del rifugio rimasto travolto dalla lava infuocata dell’eruzione del 1983. Dopo due ore si arriva al Rifugio Sapienza a 1900 metri. Qui finisce la corsa del bus e inizia quella delle funivie da qui partono le escursioni ai tanti crateri del vulcano. Ristoranti e negozi di souvenir occupano la piazzetta insieme alle agenzie turistiche perché per salire fin sulla cima del cratere a 3340 metri ci vuole una guida esperta. Ma gli scarponi da trekking? Ci pensa l’agenzia DSCF5646a fornire scarpe, calze e giacca a vento. Come quella di Pietro La Rosa  guida vulcanologica, scalatore e guida di professione ha scalato tutti i più importanti vulcani nel mondo. Di Nicolosi, Pietro ha fatto della guida turistica la sua professione e durante la risalita potete chiedergli qualsiasi cosa sui vulcani e le scalate.

11922789_1094239073939365_3310621008005806512_oEccoci qui pronti per la scalata, gli scarponi ci sono, giacca a vento pure partiamo alla volta della funivia. Quando arriviamo in cima ci guardiamo intorno e il panorama è straordinario, sembra essere sbarcati sulla luna, sabbia nera, crateri, vegetazione completamente sparita, coni neri-rossastri, crateri millenari spenti che sono stati nel passato infernali bocche di fuoco da cui sono usciti milioni di metri cubi di materiale che hanno contribuito a edificare questo colossale vulcano. Ma siamo solo all’inizio. Ci mettiamo in cammino: dall’alto il panorama è straordinario

11856439_1093149480714991_5788832183211604162_ol’azzurro del mare su questo cielo terso, lo sguardo che scorge in lontananza Taormina. Noi intanto saliamo tra crateri, fumi e sabbia rossa. Ma la parte più dura deve ancora arrivare perché per giungere in vetta al vulcano bisogna attraversare una vallata di lava essiccata, friabile, pericolosa e tagliente: dimenticate i 30 gradi di Catania, qui l’aria è gelida di alta montagna, i venti sono impetuosi e camminare su questo terreno è difficilissimo.

11923274_1093149184048354_6632930272574579686_o

Si cammina in queste condizioni per almeno due ore: ogni tanto Pietro si ferma per raccontarci dove siamo e che cosa sta succedendo attorno a noi, i fumi, l’odore di zolfo e in lontananza un panorama mozza fiato.

11875072_1092818430748096_1938229133237139333_o

Quando arriviamo alla punta massima del grande cratere di Nord Est a 3340 metri il fumo che esce dalla bocca del cratere centrale è avvolgente: arrivare in cima e provare l’emozione di porsi sull’orlo della voragine dove la suggestione del luogo, della vastità del cratere, i rigurgiti del vapore provenienti dall’abisso sono il respiro del mostro, con cupi boati in profondità, tutte sensazioni che tolgono il respiro. Sono salita altre volte a queste altitudini, ma arrivare in cima e trovare un cratere fumante è un’altra cosa. Nell’agosto del 2013 da questo cratere cominciò ad eruttare lava, era estate e da Catania si potevano vedere le lingue della lava che scavava solchi nella roccia. L’Etna è il vulcano più alto d’Europa ma soprattutto

11650798_1062611993768740_1543628944_nquello più attivo. E chi ha la fortuna di vedere fuoriuscire le lingue di lava avrà un ricordo unico: il magma che cola il fronte lavico e che si espande sotto gli occhi dei curiosi. Il ritorno è ancora più suggestivo con i crateri che ti portano fino al centro della terra in questo panorama lunare che non ha paragoni in Italia neppure le Dolomiti altro patrimonio dell’Umanità. Il ritorno è ugualmente impegnativo, altre due ore e mezzo tra crateri e sabbia laica che rendono difficile la discesa. Un’attività quella vulcanica che dura da millenni, Catania è stata ricostruito a causa di una eruzione disastrosa del 1693 e ancora oggi ne mostra i segni. Dai Nebrodi nasce il fiume Alcantara e scorre dentro le famose gole dell’Alcantara, formatesi da una eruzione vulcanica e oggi mostrano le sue formazioni rocciose a canna di organo uniche in Italia.

L’Etna è Monte, Sole, Fuoco e Neve. Esiste una Etna bianca quella invernale dove potere sciare sul versante nord del vulcano alla Pineta di Linguaglossa e gli impianti di sci (1 funivia, 1 seggiovia, 3 skilift dove fare sci alpinismo, discesa, escursionismo e ciaspole) di Piano Provenzana scendendo lungo la montagna guardando il mare e rendere magico il ricordo.

11004757_990360234327250_748981797_n

1831

 

 

Costa Rica, coast to coast #pura vida

Arrivare in Costa Rica e avere la sensazione di non essere mai partiti: il piccolo paese del Centro America che vanta una biodiversità naturalistica eccezionale, non è quello che uno immagina essere un paese caraibico, casino, allegria, musiche, danze, ma anche povertà ed emarginazione. Nulla di tutto questo, molto più simile all’Europa e all’America se non fosse per la natura lussureggiante. Premetto che l’impatto è stato deludente: traffico, smog, tutto carissimo non per niente viene chiamato la Svizzera del Centro America. Avevo deciso per un viaggio in questa parte del mondo perché l’altra parte è sempre meno frequentabile in questo periodo per il rischio terrorismo. E poi ero curiosa di vedere come questo paese era riuscito a coniugare ecologia e turismo, vantandosi di essere uno dei paesi più ecologici al mondo. Mi dispiace deludervi ma non è così: ho respirato più Pm10 in due settimane di viaggio coast to coast che se fossi rimasta a Milano, strade intasate dai camion di banane e ananas della Del Monte che raggiungevano il porto di Limon per essere spedite in Europa, niente tradizioni, si mangia male, i piatti della tradizione come il Casado, il Gallo Pinto dopo due giorni ti vegono a noia. Cultura inesistente, la capitale San José è una delle città più brutte che abbia mai visto con l’eccezione del teatro nazionale  e di una chiesa, luoghi organizzati per un turismo americano. Ma il Costa Rica è innanzitutto natura, un concentrato di flora e fauna difficilmente replicabile in altre parti del mondo che compensala mancanza del resto. Dalla costa Caraibica alla costa Pacifica lungo la cordigliera ricca di foreste pluviali e vulcani, il Costa Rica mostra la natura estrema che benché si cerchi di addomesticare, può presentare ancora qualche angolo incontaminato. Come il Tortuguero che la sua sola visita vale il viaggio.

456

Da San José a Porto Viejo de Sarapaquì: un vecchio porto famoso ai tempi di Banana Republic è oggi meta di ecolodge e degli appassionati di kayak. Da qui si prende una barca e si risale il fiume Rio de Puerto Viejo fino al confine con il Nicaragua per immettersi nel Rio San Juan piegando verso il mare dei Caraibi per raggiungere il canale de Tortuguero: sei ore di navigazione per raggiungere questo parco diventato famoso perché qui nidificano le tartarughe. Pernottiamo al villaggio di Tortuguero, in una cabana sul mare con il sole che cala alle spalle. Al mattino all’alba si parte per una esplorazione del parco in canoa, un vero safari dove il paesaggio intorno, sul fiume, è surreale. Coccodrilli, iguane, scimmie, cormorani e mille uccelli tropicali.

168

469

12722394_10207799939068876_369161763_o

Lasciamo il Tortuguero con un po’ di nostalgia perché qui la forza della natura la tocchi con mano. Riprendiamo la barca e risaliamo il fiume lungo il Rio Pacuaré fino a Moin verso il porto di Limon: stare dentro al Tortuguero ti taglia fuori dal resto del mondo e la via del ritorno tra pellicani in cerca di cibo, bradipi appesi agli alberi, scimmie urlatrici che ti salutano ha qualcosa di magico. Davanti a noi il mare dei Caraibi e le sue spiagge immense come Porto Viejo famosa per le sue onde, la più famosa è la Salsa Brava, e i suoi surfisti, il parco di Cahuiti dove anche qui foresta e mare si toccano.

147

154

152

A Porto Viejo da vedere il Jaguar centro de Rescate un asilo per animali feriti, orfani salvati allo scopo di riprodursi in un habitat naturale. Il fondatore è un italiano: qui si possono vedere gli animali da vicino, curati e accuditi c’è persino una nursery per le scimmiette e per i bradipi tenerissimi. A proposito dei bradipi, qui ho scoperto che sono animali a sangue freddo che si muovono lentamente per non sprecare calore e i piccoli si aggrappano alla mamma, ma non sono marsupiali.

082

Il giaguaro insieme al puma dal manto color miele è il felino che abita questo paese. E’ difficile da vedere e ci sono pochi esemplari: il centro prende il nome dal giaguaro perché è stato il primo animale ad essere salvato dal centro di recupero di Porto Viejo.

IMG-20160106-WA0029

Dal mare dei Caraibi a Monteverde 

Salutiamo il mare dei Caraibi per addentraci all’interno del Costa Rica. Il paesaggio cambia da subito: colline verdi lungo un sali e scendi di strade per arrivare ad Orosi dove il caldo dei Caraibi ormai un ricordo: clima asciutto, da montagna, si dorme con il piumino e di sera si esce con la maglia pesante. Questa valle è famosa per il caffé, si possono visitare le coltivazioni e imparare da dove nasce e come viene lavorato il nostro amato caffé. Il clima è perfetto, suolo fertile e abbondanza di acqua e sorgenti termali. E’ la cordigliera di Talamanca, ricca di vulcani che creano sorgenti termali di acqua calda. Da Orosi ci dirigiamo verso Monteverde, il punto di partenza delle escursione al Bosque nebuloso. Si arriva a Sant’Elena dopo una lunga attraversata tra le colline fiorite e strade sterrate: qui siamo nel Guanacaste, il cuore del Costa Rica naturale, con vulcani, parchi e fiumi dove si i può fare tutto, scalare montagne, fare rafting, visitare la foresta nebulosa avvolta nella foschia, in mezzo ad animali di ogni specie.

053

La zip-line è il modo migliore per visitare il parque nebuloso de Monteverde: ci si appende a un cavo e ci si lancia anche per un intero chilometro sopra le cime degli alberi, sembra di volare e sotto solo foresta. E’ una esperienza entusiasmante. Ci sono zip-line in tutta la Costa Rica ma quelle più belle sono qui a Monteverde dove è nata la prima zip-line.

IMG-20160110-WA0024

574

La natura entra anche al ristorante: al Tree house di Monteverde si può mangiare sui rami dell’albero secolare. Il Tree house è nella lista dei ristoranti più strani al mondo.

IMG-20160108-WA0036

Il Costa Rica è pieno di vulcani che si snodano lungo le cordigliere da Nord ovest a Sud est: il più famoso è il vulcano Arenal, riconoscibile per la sua forma conica, è un’ottima destinazione per trekking e sorgenti termali. Da provare le Terme di Baldi a La Fortuna, in stile liberty potrete passare una serata a mollo nelle acque calde sorseggiando un cocktail, pura vida.

view-of-arenal-volcano

A pochi chilometri da San José c’è questo simpatico vulcano Poas: facile da raggiungere, meta domenicale dei costaricensi, il vulcano è ancora attivo e lo si vede fumare attorno alla laguna Poas di un colore verde da laguna blu.

641

Da La Fortuna, invece, si può raggiungere il vulcano spento Irazu a 3.400 metri di altitudine, raggiungibile tranquillamente in bus.

251

Cascate, cascatelle  si scorgono ad ogni angolo e in alcuni casi si può fare il bagno

602

Montagne, cascate, vulcani, sorgenti termali questa è la regione del Guancaste che regala grandi emozioni per chi ama la natura ma è anche una giostra per turisti. Per ogni fiume, per ogni cascata, per ogni giungla innumerevoli sono le opportunità turistiche offerte: rafting, trekking organizzati, passeggiate sui ponti sospesi, zip line e molte altre. Tutte estremamente costose e create ad hoc per soddisfare il mercato europeo e americano. Nel paese di La Fortuna, chiamato così per essere scampato all’ultima devastante eruzione dell’Arenal, si trovano solo agenzie turistiche, ristoranti, ostelli e alberghi. È a tratti sconsolante tutto questo sfruttamento turistico, difficile trovare angoli fuori dai circuiti delle agenzie. Però tutto questo ha permesso di creare un’economia che preservasse la natura circostante. È anch’essa una industria, ma meno devastante di altre nei confronti dell’ambiente. Ben venga, anche se i trekking nella giungla per osservare gli animali paiono sempre di più passeggiata nello zoo.

Dai vulcani all’Oceano Pacifico 

Lasciamo il Guanacaste per dirigerci verso l’Oceano Pacifico e in particolare Playa Tamarindo, uno dei luoghi più vivaci con ristoranti, bar e il surf che fa da sfondo, la birra Imperial, il casado e la frutta tropicale. Qui ci sono le condizioni migliori per cavalcare le onde, tutti ci provano a trovare l’equilibrio sulla tavola: per la modica cifra di 45 dollari l’ora si possono prendere lezioni in una delle tante scuole che si susseguono sul lungo mare.

326

Tra le più belle spiagge vicino a Tamarindo ci sono Brasilito e Playa Conchal, quest’ultima una spiaggia bianca di conchiglie, frequentate dai locali che si incontrano per un bagno e una grigliata di pesce fresco. Completamente diversa da Playa Tamarindo, più selvaggia, baretti locali, si può nuotare fino alla barriera corallina, non è quella australiana ma qualche pescetto colorato si può osservare. Se volete passare una giornata in completo stile costaricense cominciate con la tavola del surf o più semplicemente lo snorkling, ma potete fare anche una passeggiata a cavallo lungo il mare.

392

403

414

IMG-20160113-WA0049

20160110_165445

291

IMG-20160111-WA0013

Da Playa Tamarindo si spostiamo verso sud, una costa quella del Pacifico su cui si è abbattuta la speculazione immobiliare, grattacieli abitato dai ricchi americani che con la pensione si sono trasferiti in questo paradiso. Andando verso sud si trovano alcune delle spiagge più belle: Punta Arenal, Playa Hermosa, Playa Balena. Fino a uno dei parchi più belli, ovvero Manuel Antonio. Una riserva minuscola, un istmo di terra sulle cui sponde si trovano spiagge incantevoli. Nel promontorio foresta selvaggia popolata da bradipi, iguane, serpenti, scimmie, procioni. E poi tucani, aquile e coloratissimi pappagalli. Potete spingervi fino al Parque Nacional de Corcovado altre due ore di viaggio per ritrovare l’ultimo lembo ancora intatto di una natura paradisiaca. 

IMG-20160112-WA0022

20160112_150008

Sulla spiaggia si trovano questi simpatici bradipi appesi alle palme e passano tutto il giorno senza muoversi.

071

Sul sentiero si incontrano atletici daini, simboli del parco

180

Il formichiere non è facile incontrarlo, ma qui abbiamo avuto questa fortuna

077

Le scimmiette noiose, i cebi capuccini. ti inseguono lungo i sentieri del parco fino a quando non le scatti una foto

IMG-20160112-WA0006

Il dolce pizote ci saluta e noi salutiamo questo paese un po’ parco giochi un po’ zoo da vedere prima che la mano dell’uomo lo rovini completamente.

IMG-20160115-WA0070

 

Quegli Infernot del Monferrato patrimonio dell’Umanità

Quando viaggi è la curiosità che ti porta: puoi fare migliaia di chilometri lontano da casa oppure soltanto qualche centinaia e scoprire mondi nascosti, che raccontano un passato lontano. Sapete che cosa sono gli #Infernot? Io l’ho scoperto una domenica uggiosa di febbraio quando tra la distrazione generale e la rilassatezza di una campagna quella del Monferrato che ti accoglie tra le sue prelibatezze, qualcuno ha pronunciato la parola magica Unesco.

IMG-20160227-WA0023

E sì perché una parte di queste terre, le Langhe e il #Monferrato, dal 2014 sono patrimonio dell’Umanità e a potersi fregiare del prezioso riconoscimento sono anche gli Infernot, parola sconosciuta con una assonanza simile al grammelot quella lingua strana di Dario Fo, ma credo non 20160227_163659centri nulla. In questi momenti ti senti piccolo e provinciale: percorrere migliaia di chilometri alla ricerca dell’esotico per poi scoprire che dietro casa ci sono tesori invidiati da tutto il mondo.  Ecco allora spiegato il mistero degli Infernot: piccole camere sottoterra, scavate nella pietra da Cantoni, una roccia calcarea, simile al tufo, proveniente da sedimento marino, facilmente scavabile e lavorabile. Marino? E dov’è il mare, ci sono solo colline. Qui tutti raccontano che oltre 2 milioni di anni fa tutta la pianura padana fino alla zona delle Langhe e del Monferrato era coperta di acqua, il mare Adriatico era molto più esteso di oggi. Poi quando le terre emersero, non chiedetemi quando e perché, la prima terra a sbucare fu proprio il Monferrato circondato da formazioni calcaree, il cui passato marino è ancora oggi evidente nei tanti fossili che si possono scorgere tra le rocce.

IMG-20160227-WA0014Gli Infernot riconosciuti dall’Unesco sono scavati in questa pietra marina, stanze senza luce ed aerazione, raggiungibili attraverso la crota, ovvero una cantina, utilizzati per conservare vino e alimenti. La parola Infernot ha una origine francese e significa la cella più angusta del carcere, insomma un vero inferno. Gli Infernot scavati nella pietra arenaria sono gli unici riconosciuti dall’Unesco e dei 47  rimasti nel Monferrato soltanto 9 (tra cui quello nelle foto di Cella Monte) sono oggi patrimonio dell’Umanità. La loro profondità può arrivare fino a 17 metri sotto la superficie e mantiene una temperatura costante tra 14 e 16 gradi tutto l’anno.  Oggi si possono definire come opere architettoniche uniche e originali, costruite con pochi e umili attrezzi, con i segi degli scalpelli ben evidenti nella roccia, una abilità oggi riconosciuta dall’Unesco che li ha definiti “singolari manufatti architettonici” a rappresentare “la radicata cultura del vino e dello straordinario paesaggio modellato dal lavoro dell’uomo”.

Wine Therapy tra le colline 

Le colline del Monferrato non finiscono di stupire. Messe in competizione con le Langhe cercano di mostrarsi al mondo per quelle che sono: meno eleganti e curate delle colline limitrofe, rimaste al margine del fortunato riconoscimento Unesco che ha fregiato del prestigioso titolo soltanto gli Infernot, più accessibili se si pensa che un ettaro delle Langhe può costare fino a un milioni di euro.

IMG-20160227-WA0011Questo non toglie che tra queste colline si possano trascorrere tranquilli fine settimana romantici tra piatti ricercati e attrazioni fantasiose come la Wine Therapy antiage di Ca’ San Sebastiano a Camino in provincia di Alessandra, a cinquanta minuti da Torino. L’esperienza del bagno nel barbera ti fa ubriacare soltanto a pensarci, poi scopri che come per magia si trasforma in realtà. Per chi è allergico all’alcol è meglio che si dedichi ad altre distrazioni.

20160227_104736

Il Wine Resort della famiglia Vellano, sulla strada per Castel San Pietro, un tempo casolare di campagna, ristrutturato negli anni 2000 quando le Langhe e il Monferrato ricominciarono a diventare meta del turismo straniero, ti accoglie offrendoti una crostata della casa con la marmellata rigorosamente fatta con la frutta coltivata da loro che si può vedere sporgendosi sulla vallata dove sorgono le vigne e i frutteti: è l’antipasto prima di immergerti nella Spa tutta in legno e vetrate da cui godere un panorama mozzafiato.20160227_113738

L’odore del vino ti travolge prima che tu possa fare qualcosa: tinozze in legno per un veloce idromassaggio, una vasca con acqua termale, sale massaggi da fare in coppia e gran finale la vasca idromassaggio al vino. Il colore rosso del liquido e il suo odore sono inequivocabili e una volta immersi si può godere del tepore sorseggiando un calice di moscato. All’uscita, una doccia veloce, qualche momento di relax bevendo questa volta una tisana per spegnere i fumi dell’alcol e via al ristorante dove si pasteggia con il vino della casa Barbera, Grignolino che portano i nomi degli avi ma c’è anche Osiri in onore di una statuetta egizia ritrovata negli scavi della cantina. In primavera le colline del Monferrato diventano teatro per ciclo turisti con tragitti accessibili a tutti specialmente per chi affronta i runner in e-bike.

Costa Rica, il giaguaro del Parque Nacional Corcovado

C’è un angolo del Costa Rica ancora poco esplorato dal turismo di massa perché lontano da raggiungere ma che rappresenta l’ultimo angolo di paradiso perduto, popolato da una variegata fauna che vive in un paesaggio tropicale unico. non si ancora per quanto tempo: è il Parque Nacional Corcovado. Raggiungerlo è un viaggio nel viaggio, qui a Bahìa Drake terra e mare si toccano.

305

 

Il punto di partenza è Sierpe un piccolo villaggio sul Rio Sierpe da dove partono le imbarcazione per Bahia Drake. Prima di arrivare a questo piccola località circondata dalle coltivazioni di Palma americana da dove si estrae l’olio di Palma, fate una sosta al Parque Nacional Manuel Antonio sulla costa del pacifico. Partiamo da qui, in pulman, percorrendo la costa: le alte onde da surf su un lato e la fitta foresta verde dall’altro accompagnano la litoranea dove si scorgono alcune delle più belle spiagge del Costa Rica, Playa Hermosa e Playa Balena, quest’ultima prende il nome dal parco nazionale a forma di coda di balena. Il caldo è soffocante 30 gradi fissi. Poco dopo Playa Balena, si lascia la costa per inoltrarsi all’interno dove si estendono a perdita d’occhio le coltivazioni di Palme americane gestite da Palma Tica il più importante produttore del paese. Il paesaggio è disegnato da piccole abitazioni semplici e colorate, collocate in mezzo ai palmeti. Qui si trovano a tratti le famose sfere di pietra che ornano i giardini e il parco archeologico di Sierpe, qualcuno le fa risalire all’epoca precolombiana. La loro origine resta un mistero: enormi e perfettamente rotonde nulla si sa delle tecniche impiegate per la loro realizzazione e non se ne conosce neppure il significato. Qualche pietro è stata fatta esplodere perché si pensava che al loro interno si nascondesse un tesoro misterioso.

037

Se avete tempo prima di imbarcarvi per Bahia Drake fate un giro attorno al villaggio di Sierpe e potrete incontrarle, impossibile non notarle perché sono enormi. Dal Parque Nacional Manuel Antonio Antonio a Sierpe ci vogliono circa due ore e mezza. Le lance per Bahia Drake partono da Sierpe tutti i giorni alle 11:30 quindi organizzatevi. Il piccolo villaggio di Sierpe offre tutto quello che serve per una breve sosta: accanto al molo, si trova la Perla del Sur un ristorantino all’aperto con il wi-fi gratis. E’ il centro di ritrovo dove comprare i biglietti delle lance, mangiare, bere qualcosa e parcheggiare l’auto. C’è anche un piccolo albergo per chi arriva troppo tardi per l’imbarcazione: l’unico presente è l’hotel Oleaje Sereno.

Sierpe aspettando la lancia per Bahia Drake

Sierpe aspettando la lancia per Bahia Drake

Per arrivare a Bahia Drake, si risale il Rio Sierpe fino al mare: una lunga attraversata di più di un’ora in mezzo a canali e corsi d’acqua che si snodano attraverso la palude di mangovie: sono le terre umide dello Humedal Nacional Terraba-Sierpe, una riserva piena di aironi, cormorani e garzette. Quando si arriva al mare lo si capisce dal cambiamento delle onde, via le mangrovie e dentro la foresta mentre  all’orizzonte si scorgono la costa e la presenza dell’uomo con i tralicci della luce e del telefono perché il wi-fi non ci abbandona mai.

533

176

IMG-20160115-WA0018 (1)

L’arrivo a Bahia Drake è un salto nella natura, Pura Vida assoluta. E’ una delle zone più remote del Costa Rica, la più isolata e per questo la più incontaminata dall’azione dell’uomo, un paradiso in mezzo alla natura popolato da animali tropicali che abitano questa foresta di palmeti e fiori multicolori. Ci sono alcuni lodge che rimangono nascosti nella natura (Cabinas El Mirador è consigliato), si mangia e si fa colazione su una terrazza sospesa tra la foresta e il mare. Da qui si parte per visitare il Parco del Corcovado che dista circa due ore di navigazione. Le distanze sono la dimostrazione di quanto lontano sia questo gioiello ecologico, un vero paradiso che da solo vale il viaggio in Costa Rica. Dal terrazzo del lodge si può ammirare il tramonto mozzafiato, sorseggiando una pinacolada o una batida di mango o papaia.

210

Si parte da Bahia Drake per visitare il Parque Nacional Corcovado definito da National Geographic il luogo a più alta concentrazione biologica del pianeta: questo parco nazionale protegge l’ultimo grande tratto di foresta pluviale tropicale dell’America Centrale affacciato sul Pacifico. Per raggiungere il parco ci si sveglia all’alba e si parte con la lancia al mattina alle 6:30 al Parco si arriva verso le 8 del mattino. La visita di sei ore è abbastanza caro: 80 dollari con un pasto. Il costo elevato è dovuto al fatto che nel parco si entra soltanto con le guide autorizzate, un obbligo entrato in vigore nel 2014 per limitare il bracconaggio, il disboscamento abusivo e i cercatori di oro. Il viaggio verso il parco, circa due ore, è emozionante, mare turchese, spiagge isolate fino ad arrivare alla costa che ci porterà all’interno del parco. Qui incontriamo le nostre guide che ci accompagneranno in mezzo alla giungla umida, con una temperatura elevatissima, piena di insetti meglio dotarsi di acqua e di repellente per le zanzare. I percorsi si snodano all’interno del parco tra il Rio Sirena e il Rio Claro, in mezzo la Stazione delle guide di San Pedrillo dove prenotando in anticipo si può pernottare.

320

La nostra visita arrivava dopo una notte di pioggia incessante: la foresta era più umida del solito e gli animali a causa della pioggia erano in ritardo. Il primo incontro è stato con un tapiro, difficile da incontrare, in genere è mattiniero e si porta sulla riva del fiume per cibarsi.

Il formichiere

Il tapiro

Al mattino presto è possibile incontrare anche il coccodrillo sul Rio Sirena in cerca di cibo dopo la pioggia.

232

Con il loro ruggito impossibile non scorgere le scimmie urlatrici che iniziano a dare mostra di sé fin dalle prime ore del mattino

224

Dispettose e inavvicinabili i cebi capuccini sono scimmiette che si possono avvistare regolarmente nei parchi, se ben disposte si mettono in posa per la foto

096

Il giaguaro è uno dei felini che abitano i climi tropicali e raramente si avvistano al Parco. Ache i puma con il manto color miele si possono incontrare al Corcovado. Questo è un giovane puma che la nostra astuta guida di Utopia Drake è riuscito a scovare.

IMG-20160114-WA0035

298

297

318

Un momento di relax prima di ripartire, mentre il caldo si fa atroce e si legge sulle nostre facce sudate

IMG-20160114-WA0022

Lasciamo il Corcovado con un po’ di tristezza, troppo breve e troppa gente rumorosa per riuscire a vedere tanti animali. Un assaggio di paradiso, una delle poche mete per cui vale la pena un viaggio in Costa Rica.

334

341

 

L’ex banker cambia vita per amore delle #Dolomiti

Da Sydney a Corvara, dalla barriera corallina australiana alle Dolomiti. In comune hanno l’essere entrambi patrimonio dell’umanità salvaguardati dall’Unesco, per il resto le differenze sono incolmabili. Per l’ex banker della Jp Morgan, l’investment bank americana con sedi in tutto il mondo, la scelta non è stata facile. “Non sono un banker pentito, però dopo avere viaggiato mezzo mondo mi sono reso conto che anche un paesino come Corvara con 5mila abitanti ha molte potenzialità”.

20150913_162711

Stefano Pezzei

Stefano Pezzei , 35 anni, dopo cinque anni trascorsi tra Londra, New York e Sydney è così tornato a casa con la sicurezza di non partire da zero: i genitori sono da sempre albergatori di questa località perla delle Dolomiti, Corvara, in Alta Badia (Trentino Alto Adige), un comprensorio compreso tra La Villa, San Cassiano, Colfosco, e Badia, 5mila abitanti che in inverno diventa meta indiscussa di sciatori provenienti da tutto il mondo. Con lui anche la moglie come Stefano ex banker che da pugliese ha deciso di seguire il marito con la figlia tra queste ispide montagne, passando dall’inglese al ladino, la lingua locale della valle. “Quando sei all’estero ti rendo conto che molte delle nostre criticità diventano valori e allora metti sulla bilancia tutto e decidi che cosa vuoi fare della tua vita”.

Stefano decide così di tornare a casa un momento prima dello scoppio della grande crisi finanziaria del 2008, dopo il crack della banca d’affari Lehman Brothers che segnò il destino della finanza mondiale: “I segnali della crisi erano evidenti eppure nonostante lavorassi in una grande banca d’affari nessuno sapeva in quel momento come ne saremmo usciti, la confusione era totale”, racconta. Se la vita a New York è dura in tempi normali, in una situazione di incertezza diventa ancora più faticosa: “In quel periodo mi sono reso conto che volevo avere una mia attività, prendermi i miei rischi perché sia chiaro che la società americana per quanto dall’esterno sembra bellissima, alla prova dei fatti è molto diversa”.

La svolta arriva nel 2009 quando le Dolomiti vengono dichiarate patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Questa perla conosciuta in Italia, ma poco all’estero comincia a suscitare l’interesse dei tour operator internazionali. “La mia esperienza all’estero ha così cominciato a dare i suoi frutti – dice il giovane albergatore – le richieste da clienti americani e sudamericani sono diventate sempre più numerose, curiosi di conoscere questa località che coniuga la qualità degli impianti a prezzi concorrenziali”.

Una perla ancora sconosciuta la definisce la stampa internazionale, con una articolata rete di impianti sciistici, il Sella Ronda, attorno ai quattro passi dolomici (Campolongo, Pordoi, Sella, Gardena), la pista della Coppa del Mondo Gran Risa famosa per le prodezze della squadra azzurra e le performance del campione del mondo Alberto Tomba che hanno regalato grande popolarità alla località: ancora oggi qui viene organizzata una delle tappe della Coppa del Mondo di sci quest’anno in programma il 20 e il 21 dicembre con la prima discesa in notturna. Ai paesaggi mozzafiato abbina la cura per la cucina e la ristorazione al punto che, caso unico in Italia, in un’area di 4 chilometri quadrati si concentrano ben 3 ristoranti che vantano 3 stelle Michelin.

Alta Badia_Hike_molography.it (2)Il prossimo passo è promuovere la località non solo come meta invernale, ma anche estiva puntando sull’e-bike e sui percorsi ciclistici come risposta estiva allo sci invernale. “L’obiettivo è creare una domanda anche nei mesi estivi perché le potenzialità ci sono e i turisti pure”. Il problema restano i collegamenti, raggiungere la Val Badia con un mezzo diverso dall’auto è ancora complicato: si lavora con le infrastrutture locali per accogliere i turisti che aatterrano dagli aeroporti di Verona, Venezia e Insbruck, shuttle ad hoc, ma treni e bus restano ancora di difficile fruizione: “In Italia si fa ancora poco per il turismo, non è possibile che la Spagna faccia più pernottamenti del nostro paese”. Con gli ex colleghi della JP Morgan ha mantenuto i contatti e oggi si incontrano sulle piste da sci o davanti a un piatto di grästl. Un consiglio per i giovani italiani che vivono all’estero? “L’esperienza all’estero ti apre al mondo del lavoro, tutti dovrebbero lavorare all’estero per un po’ per tornare convinti che in Italia si può fare tanto”.

www.colalto.it

#Dolomiti, dieci cose da fare oltre a raccogliere funghi

Se pensate che la montagna sia solo raccogliere funghi e noiose passeggiate avete una visione decisamente demodé della vacanza sui monti. Sport, natura, salute, cultura e cucina trovano la loro declinazione tra i picchi e le vallate dove scoprire angoli remoti tra colori, odori, aria pura per staccare e rigenerarsi, ritrovare l’energia giusta per ripartire. Ecco dieci suggerimenti sulle cose da fare tra le montagne più belle del mondo dichiarate patrimonio dell’Umanità dall’Uniesco, le Dolomiti.

Su e giù per i monti in e-Bike 20150725_102243 (2)

Scoprire la montagna in mountain bike può sembrare troppo aggressivo per chi non è un biker allenato. Sgattaiolare tra i sentieri sulla sella di una bici è un’esperienza da non perdere. Il mezzo migliore è l’e-bike, la bici elettrica adatta a tutti anche ai meno allenati per cimentarsi lungo sentieri dolomitici a 2mila metri di altitudine, scegliere i percorsi più o meno adrenalitiici. Le bici sono a 4 velocità (quando inserisci il turbo sembra di decollare) e si possono noleggiarle in un punto e lasciarle in un altro. Fare attenzione alle stazioni dove si possono ricaricare le due ruote altrimenti se si rimane senza carica può essere dura. In Alta Badia da giugno a settembre, è possibile noleggiare una e-bike nei centri noleggio in quota, presso gli impianti del Col Alt, Piz La Ila, Piz Sorega e all’Hotel Armentarola a San Cassiano e in valle presso gli uffici del turismo a Corvara, La Villa e La Valle.

Alta Badia_Bike sharing_molography.it (3)

Un percorso facile è salire con gli impianti a Piz La: Ila per chi conosce queste montagne in versione invernali il riferimento è la partenza della pista da sci olimpica Gran Risa. Si sale a 2000 metri anche con la bici a bordo degli impianti e su strada sterrata si raggiunge il punto panoramico, si scende lungo la strada sterrata fino a raggiungere la parte pianeggiante e si risale a Piz Sorega attraverso i parchi di Movement. .Una pausa obbligata è al rifugio Piz Arlara dove provare lo spritz Zenzo allo zenzero oppure Ugo ai fiori di sambuco.

Il giro del Sella Ronda in e-Bike 

Alta Badia_Sellaronda Bike Day_By Freddy Planinschek (3)

E’ il giro dei Quattro passi attorno al Sella Ronda che può essere percorso sia sulla strada asfaltata sia lungo i sentieri con la guida. Un’escursione panoramica attorno ad alcune tra le più belle cime delle Dolomiti come il massiccio del Sella, il Sassongher, il Pelmo, il Civetta, la Marmolada, il Sassolungo e lo Sciliar. L’itinerario si snoda lungo le principali località da Corvara, al Passo Campolongo, Arabba, Passo Pordoi, Passo Sella, Passo Gardena, Colfosco per tornare al punto di partenza di Corvara. I sentieri possono essere percorsi sfruttando gli impianti del Dolomiti SuperSummer gli stessi che in inverno si utilizzano con gli sci: collegano 12 valli (Cartina, Plan de Corones, Alta Badia, Val Gardena, Alpe di Suisi, val di fassa, Arabba-Marmolada, Dolomiti di Sesto, Val di Fiemme, valle Isarco, Civetta) lungo 100 impianti con una unica card. Il giro del Sella Ronda più facile si snoda lungo  circa 50 chilometri con un dislivello di 700 metri per arrivare fino a 2200 di altitudine. Il tempo di percorrenza è di crica 3 ore. Il percorso ha diverse  versione in senso orario con dislivelli di 681 metri quindi facilmente percorribile per un biker di medio livello e in senso antiorario più impegnativo con un dislivello da percorrere in bici di 1689 metri itinerari che possono essere fatti in giornata in circa 6 ore tra arrampicate e discese.

Noleggiare una e-Mtb costa 35 euro per adulti e 26 per ragazzi al giorno oppure 22 euro per adulti e 16 euro per ragazzi  mezza giornata. Il Dolomiti supersummer con il trasporto della bici costa 80 euro per tre giorni.

FreeRide, Bici estrema 

Alta Badia_downhill-freeride_by molography.it

Per chi preferisce cimentarsi con discese e risalite mozzafiato e più adrenalitiche può provare il freeride lungo il nuovo tragitto della pista da sci da passo Gardena fino alla partenza della cabinovia Plans-Frara a Colfosco. Sfruttando gli impianti di risalita si possono raggiungere le vette e lanciarsi in discese mozzafiato. Chi è alla ricerca dell’adrenalina allo stato puro può ad esempio salire con l’impianto del Gardenaccia e raggiungere la pista di freeride. Oppure scegliere l’escursione al parco naturale del Fanes-Semmes-Braies, patrimonio mondiale Unesco. Il giro del Fanes, classificato come escursione difficile, si snoda lungo un percorso di 54,9 chilometri con un dislivello di 2010 metri ed è ideale per ciclisti esperti.

Volare sui monti in parapendio 

Sentire l’ebrezza del vento dall’alto delle montagne più belle del mondo appesi al parapendio. E’ una emozione unica che ricorderete per sempre. Rivolgetevi al Centro volo libero di Corvara. Chiedete di Alex e sarete in mani sicure. Sul parapendio si vola in tandem e il passeggero deve solo godersi dall’alto un panorama mozzafiato. Sembrerà strano ma con più peso, la vela ha più stabilità e può arrivare a portare fino a 230 chili di cui 30 di equipaggiamento. Alex vi spiegherà il segreto del volo, il movimento dei venti per l’abbrivio alla partenza, come sfruttare le correnti ascensionali e volare insieme alle rondini. Non bisogna pensare che ci si libra in aria a centinaia di metri dal suolo facendosi portare da una enorme vela, altrimenti vi tremano le gambe. Ci si imbraga con una tuta fornita dal centro, casco, guanti, scarpe ci si aggancia al parapendio insieme all’istruttore. Si cerca una rupe con il vento che arriva in faccia per potere decollare, tre passi uno due e tre e si vola..

Trekking, tornare coi piedi per terra  

Alta Badia_Hike_molography.it (2)

Tornare con i piedi a terra non è facile. Per chi vuole affrontare la montagna in altri  modi,  le escursioni alpinistiche sono un classico e si può scegliere tra più di 400 chilometri di sentieri preparati e segnalati. Una escursione molto panoramica è quella del Sassongher dove si gode una vista spettacolare su tutti i paesi dell’Alta Badia e sulle cime che lo circondano. Ci si può rivolgere all’Associazione guide alpine in Val Badia..

dolomiti3

Ai tour alpino si possono abbinare le escursioni culinarie dei percorsi GourMete dove i rifugi accolgono gli chef stellati per preparare piatti unici in vetta. Al rifugio Piz Arlara a 2040 dalla terrazza si possono ammirare il gruppo del Sella e del Sasso Santa Croce e degustare il piatto stellato dello chef Matteo Metullo del ristorante la Siriola di san Cassiano: gnocchi di patate su fonduta di Graukase, puccia e insalata di trota al rafano.

Ferrate, scalare a piccole dosi

dolomiti5

Un percorso attrezzato e suggestivo per chi si vuole cimentare nelle scalate è la via ferrata Piz La Lec  che si snoda tra pareti e forcelle, con tratti ripidi e due scale verticali, fino a raggiungere una delle cime più panoramiche del gruppo Sella, un pulpito posto sopra la Val Mezdì con un appicco di quasi 800 metri. Il punto di partenza si trova in prossimità del rifugio Kostner all’arrivo della seggiovia Vallon che si raggiunge da Corvara con la cabinovia Boé, oppure a piedi dal Passo Campolongo salendo per il sentiero n. 638. La discesa si svolge lungo la via normale lungo la dorsale del Piz de Lac seguendo il sentiero che porta alla seggiovia Vallon e alla cabinovia del Boé per ridiscendere a Corvara. E’ obbligatorio affidarsi alle guide.

Climbing, il passaggio Messner sul Sass dla Crusc

dolomiti5

Una delle più celebri scalate delle Dolomiti deve parte della sua fama al suo primo scalatore Reinhold Messner ed è l’arrampicata della Sass dla Crusc – via Messner al Grande Muro (2825 metri), un’enorme bastionata che si eleva verticlale dietro il rifugio S.Croce al di sopra di uno zoccolo di rocce inclinate. Dati tecnici della via Messner: difficoltà prima parte IV e VII: dislivello 300 metri tempo necessario circa 5 ore. L’attacco si raggiunge dal rifugio Sana Croce che si raggiunge in seggiovia, risalendo lo zoccolo fin sotto la parete (un’ora circa). La discesa avviene lungo la cresta sud e si segue il sentiero attrezzato che porta al rifugio (1,5 ore circa).. Anche in questo caso bisogna affidarsi alle guide alpine. Una delle falesie più grandi dell’Alto Adige è a San Cassiano, la Sass Diacia, una parete con vaie inclinazioni ed esposta a tutte le direzione. .

Da monte a valle, l’emozione delle gole in rafting e canoa 

Dalla salita al volo alle gole del fiume. Se volete assaporare la montagna dalla riva del fiume dentro le sue gole, in Val Aurina (Bressanone) il rafting club Active da maggio ad ottobre) organizza percorsi di ogni tipo e per ogni difficoltà: il più impegnativo e il più bello è il percorso in rafting tra la gola della Rienza: 10 chilometri lungo il Rio Pusteria e Bressanone, mezza giornata impegnativa cassificato tra i più difficili tra i tour. Ci sono tour meno impegnativi di due-tre ore in mezzo a un panorama mozzafiato. Oltre al rafting si possono scegliere il canyoning lungo le acque di una gola rocciosa e buttarsi dai massi levigati direttamente nel fiume, l’hydrospeed con il bob fluviale per affrontare le rapide del fiume, al kajak con l’accompagnatore.

Se tutto ciò non vi basta per trascorrere una insolita vacanza montanara potete sempre tornare a raccogliere funghi.

Le 10 cose da fare a #Expo

20150501_102011 (1)

Si può essere d’accordo o contrari all’Expo, ma in tutti i casi va visto perché ha alcuni tratti sensazionali. Forse non è del tutto coerente con i messaggi tra cui il principale “Nutrire il pianeta, energia per la vita“, ma costringe a pensare ad un tema quello dell’alimentazione su cui spesso si è troppo distratti o condizionati dalla pubblicità. la visita comincia dal Padiglione Zero tra i più belli dell’esposizione che per dirla con le parole del suo realizzatore Davide Rampello, “è un racconto che parte dalla memoria dell’umanità, passa attraverso i suoi simboli e le sue mitologie, percorre le varie fasi dell’evoluzione del suo rapporto con la Natura, dall’azione di addomesticare il mondo animale e vegetale all’invenzione degli strumenti della lavorazione e della conservazione, e arriva fino alle forti contraddizioni dell’alimentazione contemporanea. Un percorso emozionale che da racconto universale si fa storia individuale”. Tra le contraddizioni illustrate quello dello spreco alimentare e della speculazione finanziaria sulle materie prime.  Nulla, però, si dice come si sia passati dall’agricoltura all’industrializzazione alimentare, allo sfruttamento e alla malnutrizione e soprattutto nessuna soluzione su come nutrire il pianeta. Ognuno può costruirsi il suo percorso a seconda dei propri interessi: un consiglio, Expo non è una fiera del turismo o della ristorazione, cercate i contenuti offerti dai diversi padiglioni, non è sempre facile e questa è la mia proposta.

Per trovare un padiglione con forti contenuti, primo fra tutti il dramma della malnutrizione, visitate il padiglione della  Corea del Sud:  una esposizione dentro e fuori la struttura ci parla delle contraddizioni tra obesità e chi muore di fame e della necessità di tornare alle tradizioni per limitare i danni dell’industria alimentare con i cibi inscatolati senza controlli: forte il messaggio sulla messa al bando del cibo spazzatura, McDonald non è molto lontano da lì.Un orto verticale per le città del futuro è la proposta della Corea del Sud. Non è l’unica anche gli Stati Uniti e Israele propongono di utilizzare gli spazi verticali per gli orti urbani.

I cluster sono un angolo di riflessione sulle diverse filiere alimentari e sono un’occasione per conoscere come alcuni cibi arrivano sulle nostre tavole: caffé, cacao, cioccolato, riso, cereali, spezie, frutta. Sono anche l’occasione per raggruppare insieme quei paesi che da soli non avrebbero avuto le risorse finanziarie per partecipare ad Expo. Interessanti, ma di difficile lettura con l’eccezione della mostra fotografica di Salgado sul caffé (vedi foto in pagina). Manca però uno sforzo didattico, nulla di interattivo per conoscere i processi di produzione, bisogna sforzarsi a leggere dei pannelli di difficile fruizione: da non perdere il cluster del riso per capire come nasce e si sviluppa.

Cercate il cluster della biodiversità mediterranea: Sicilia, Tunisia, Grecia, Algeria, tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono rappresentati qui. Non perdete il backery siciliano (il migliore come rapporto qualità prezzo) da consumare con un picchiere di vino locale e il cous-cous della Tunisia con dolcetti di mandorla ottimi. Difficile da trovare è invece il parco della biodiversità con l’unico ristorante biologico di Expo: una panoramica sulla vegetazione mediterranea le cui oasi si stanno riducendo a causa dell’edificazione.

Non perdetevi il padiglione dell’Azerbaijan: è costruito da giovani architetti di uno studio milanese ed ha un concept che mette insieme i valori di un paese che vuole mettersi in mostra nei migliori dei modi senza dimenticare i messaggi legati ad Expo. Filmati, percorsi interattivi, giochi di luce e di musica: uno spazio elegante che coniuga bellezza e contenuti.

20150505_140455

Uno stand italiano ricco di contenuti è quello di Coldiretti: un po’ difficile da trovare. ubicato sul cardo dal lato opposto del Padiglione Italia, ma ne vale la pena. Scoprirete tanti prodotti sconosciuti, come il mais blu che rinasce a Cornate d’Adda, in provincia di Monza Brianza, un prodotto benefico per l’apparato circolatorio e che arriva dalla tradizione agricola degli antichi Incas. Oppure la patata viola, il riso rosso, i tanti cereali dimenticati e ora riscoperti. Da non sottovalutare l’happy hour che inizia alle 18 offerto ogni settimana da una regione diversa. Imperdibile.

20150514_203704

Qualche consiglio per mangiare a Expo: premesso che è caro (si mangia su piatti di carta e si utilizzano posate di plastica), mettete in conto non meno di 20 euro per un piatto e per bere qualcosa. Il padiglione peggiore per mangiare è quello francese tristissimo, baguette smilze con una fettina trasparente di formaggio o prosciutto cotto, pan brioche per la modica cifra di 5 euro. Se volete restare sul panino consiglio il padiglione della Bielorussia con sei euro ottimo sfilatino con salmone e volendo si può pasteggiare a vodka. Fiumi di birra Pilsner Urquell dalla Repubblica Ceca, da provare anche i wafer originali ovali. Il Giapponese è caro la fila è tanta e il riso è scotto. Cercate i padiglioni dove si possono mangiare cibi inconsueti: come all’Ecuador involtini di palma, quinoa, frullati fantastici.  Oppure i truck food dove degustare insalate di cereali, Ramen oppure haburger vegetariani.Se volete restare sul locale,  Eataly rimane il migliore con piatti consigliati da 20 diverse regioni ma per meno di 10 euro trovi poco: al massimo una piadina ottima con il formaggio fresco e la rucola allo stand dell’Emilia ovviamente, oppure a quello della Sardegna il pane carasau e il dolce al cioccolato con peperoncino e salsa di mirto (entrambi per la modica cifra di 15 euro inclusa bottiglietta di acqua).  C’è chi si porta da mangiare da casa, ma se non mangi che ci vai a fare all’Expo? 

20150518_213104

Mi dispiace dirvelo, ma al ristorante della famosa catena alimentare americana che fa hamburger si fa la fila, come si fa a venire a Expo e mangiare cibo spazzatura? Naturalmente padiglione in bella vista, impossibile non vederlo. Provate ad andare a cercare il padiglione del biologico nascosto in fondo al decumano in decima fila con ristorante biologico di Alce nero ottimo, ci saranno stare sette persone all’ ora di punta, senza parlare di Slow food i poverini sono gli ultimi, per trovarlo devi farti chilometri e chilometri, tutto ciò mi lascia stupita

20150517_195107

E ora parliamo del cibo del futuro: scordatevi la tradizionale pastiera, la macchinetta per fare la pasta in casa, maccheroni, rigatoni, spaghetti si faranno con la stampante 3D, Si potrà inventare anche la forma preferita della pasta. Si mangeranno scorpioni e termiti, si coltiverà il mare e i supermercati daranno le info in tempo reale sugli alimenti. Le previsioni indicano nel 2050 una popolazione mondiale di quasi 6 miliardi di persone e il cibo scarseggerà. Ecco allora il cibo del futuro: scorpioni alla vodka oppure ricoperti di cioccolato, vermi e termiti. La terra scarseggia già, gli ettari coltivabili con l’urbanizzazione e la desertificazione saranno sempre meno: allora si coltiverà il mare, ecco la fattoria galleggiante, già costruita su un’isola delle Maldive. Il cibo del futuro si trova vicino al padiglione Coop.

Solidarietà con il Nepal che pochi giorni prima dell’avvio di Expo il 25 aprile ha subito uno terribile terremoto che ha ucciso più di 7mila persone e distrutto città meravigliose patrimonio dell’Umanità. Non perdete il padiglione terminato anche grazie l’aiuto degli operai italiani che hanno lavorato gratis per consentire di aprire in tempo per l’inaugurazione. La solidarietà passa anche da qui: sul decumano una techa raccoglie le offerte per aiutare le popolazioni del Nepal.

Dalla solidarietà alle meraviglie del Cirque du Soleil con lo spettacolo Alla vita! progettato in esclusiva per Expo. Un’ora di acrobazie circensi che lasciano senza fiato, tutto giocato sul tema del cibo. Lo spettacolo dura un’ora e il biglietto costa 25 euro, ma ne vale la pena. E poi andare di sera a Expo costa solo 5 euro e il divertimento è assicurato.