Un concorso di bellezza di cammelli nel deserto

Avete mai sentito parlare di un concorso di bellezza per cammelli? Succede ogni anno al festival di Al Dhafra  a Madinat Zayed un’oasi nel deserto del Al Gharbia a 220 chilometri da Abu Dhabi. In mezzo alla sabbia per due settimane (quest’anno dal 20 dicembre 2014 al 1 gennaio 2015) più di 5mila cammelli si danno appuntamento e a contendersi il primato sono due razze: i cammelli Asayil e i Majaheed. I primo sono originari dell’Oman e degli Emirati arabi e hanno il manto bianco i secondi arrivano dall’Arabia saudita e sono scuri, come quelli della foto. Nel corso delle giornate del festival ci sono circa una settantina di aste durante le quali le due categorie di cammelli vengono valutate dai giudici in base al colore del manto e all’età. Quello del concorso di bellezza non è l’unico appuntamento del festival: ci sono le gare di cavalli, dei falchi (una vera passione per questo popolo) dei cani saluki, e poi ancora il concorso per i migliori datteri, le migliori stoffe, le auto d’epoca insomma qualsiasi occasione è buona per mettere in luce le tradizioni beduine, l’etnia di origine delle popolazioni degli Emirati arabi.

Un te nel deserto

Mi sono imbattuta nel festival di Al Dhafra percorrendo l’unica strada che porta verso il sud all’oasi di Liwa in pieno deserto dove regnano indisturbate da secoli le piantagioni di datteri. Una fortuna perché ogni anno il festival cambia periodo e un’occasione unica per potere avvicinarsi a questo festival di colori perché oltre ai cammelli e ai cavalli, le tradizioni beduine sono esposte in bella mostra nei suq tradizionali: stoffe, vestiti, teiere e bicchierini per il te e poi i datteri una vera specialità con cui si fanno buonissime marmellate e un dolce servito con una crema di caramello da mille calorie. Nella spianata dove vengono allestiti i recinti per gli animali in concorso trovano spazio anche le stalle e le aree adibite agli accompagnatori e agli stallieri, tante persone che per due settimane resteranno qui in mezzo al deserto, al caldo in attesa del proprio turno. Storicamente, i cammelli erano il simbolo della ricchezza di una tribù e di potenza, oltre ad essere utilizzati per il latte, il trasporto e per altri scopi.

Mahuebah, il cammello Majahim di tre anni che ha vinto il concorso lo scorso anno

Che cosa rende bello un cammello? Basta chiedere a qualsiasi delle centinaia di proprietari che affollano il concorso di bellezza. “I giudici sono alla ricerca di cammelli con i grandi capi, ampi colli, orecchie ditta, larghe guance e grandi baffi” spiega Ali Al Mansouri, proprietario di un cammello. “Il corpo deve essere lungo, la gobba e la parte posteriore grande, anche il colore e la postura sono importanti.”  Ogni giorno si svolgono cinque competizioni di Asayel e quattro di Majahim. Ogni gara inizia con 100 cammelli, da cui i giudici scelgono i 50 più belli, poi il campo si restringe a 10. I possessori del top 10 riceveranno premi tra cui auto di lusso e denaro tra Dh18,000 e Dh30,000 (tra i 3mila e 7mila euro). Il proprietario ha la responsabilità di  mantenere i cammelli in perfette condizioni perché quelli con una malattia della pelle non hanno alcuna chance per competere.

Verso l’Oasi di Liwa  nel deserto del Rub al-Khali  

2014_0103etna0220Il concorso di bellezza dei cammelli l’ho incontrato sulla strada per l’oasi di Liwa a 330 chilometri da Abu Dhabi. Ero partita dalla stazione centrale con l’autobus X60: trovare indicazioni è difficilissimo. Questo mezzo parte alle sette del mattino con una frequenza di ogni due ore e impiega circa tre ore e mezzo per arrivare a Mezaira’a, la cittadina, se così si può dire, di due strade in croce in mezzo alla sabbia. Non sono eccessiva se vi dico che è il nulla assoluto solo dune di sabbia e piantagioni di datteri che macchiano di verde il giallo della sabbia. L’arrivo è un scioccante perché sull’unica strada di negozi fulcro delle attività si trovano soltanto prodotti per il campo e per l’edilizia, il suq a fianco vende ancora meno. Però si può bancomat e una stazione di servizio sono a portata di mano. Più scioccati di noi era una coppia lituana anche loro sull’autobus. Insieme abbiamo deciso di condividere l’unico taxi della zona, guidato da un pakistano che a vedere queste orde di turisti (quattro) si è spaventato. Cicciotello accaldato a malapena ci ha dato qualche indicazione: volevamo raggiungere il forte, unica attrattiva della zona insieme alla fantastica duna del Moreeb Hill detta la “montagna spaventosa” che con i suoi 300 metri è considerata la duna più alta del mondo, l’unica vera attrattiva di Liwa, famosa per essere la patria delle famiglie reali, gli attuali sovrani di Dubai e Abu Dhabi.

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Saliamo sul taxi e percorriamo una ventina di chilometri per raggiungere il forte. Il paesaggio è incredibile: siamo nel vasto deserto saudita di Rub al-Khali (il Quarto vuoto)  che ha una superficie come la Francia, la Svizzera e il Belgio messi insieme, creato quando Allah suddivise l’universo in quattro: cielo, terra, mare. Il quarto spazio rimase vuoto, era il Rub al-Kali. Soltanto il Sahara lo supera per estensione e il vuoto si riferisce al fatto che questa vasta porzione arida della Penisola Arabica, ricca di petrolio, è inabitabile.

La torre del forte di Liwa

La torre del forte di Liwa

Arriviamo al forte aperto ai visitatori anche perché dentro non c’è nulla. Salendo sulla torre si può ammirare la distesa del deserto che si perde a vista d’occhio. Sono almeno otto i forti dislocati nel deserto costruiti tutti nell’ottocento dalla tribu di Bani Yas per protezione e dare un senso di autorità alla comunità. Non c’è molto di più da vedere quindi riprendiamo il taxi che ci stava aspettando e torniamo in città, si fa per dire. Qui la nostra strada si separa da quella dei lituani perché ci aspetta una notte nel deserto. Il nostro albergo il Liwa hotel è l’unico della zona. Si trova in cima a una immensa duna che domina il deserto: ci accompagna il nostro taxista fidato che ormai non ci molla più e la prima impressione è molto positiva: il resort dispone di tutte le comodità con piscina, spa e palestra (rigorosamente separate quella degli uomini e delle donne), ristorante, le camere sono attrezzate di ogni confort con terrazzo dove prendere il té e ammirare il tramonto sul deserto.

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L’albergo è l’unico tocco di modernità in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, Abu Dhabi e Dubai sembrano lontane anni luce. Del resto fino alla scoperta del petrolio negli anni ’30 questo paese viveva di datteri, cammelli e perle che venivano esportate. Il paese non produce nulla e quello che si trova è quasi tutto importato: solo nel resort si trovano cibi occidentali, persino l’acqua italiana Rocchetta arriva fino qui. Un contrasto se si pensa alle donne che qui non solo si mostrano in pubblico velate ma con una gabbia davanti agli occhi e alla bocca che non gli permette di parlare. I posti sono affascinanti ma c’è un’oppressione di fondo che non te li fanno apprezzare in pieno: dal modo che hanno gli uomini

di guardare, alle continue avvertenze su come bisogna vestire per non urtare la loro sensibilità e tradizioni, però se gli fai vedere i soldi sono tutti più disponibili.

Aspettiamo il tramonto per affrontare il deserto: dobbiamo arrivare a Mooreb hill questa muraglia di sabbia dove ogni anni si pratica un rally di macchine e di moto da cross. Per arrivare sul posto bisogna percorrere una trentina di chilometri dall’hotel in mezzo al nulla:

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una distesa di sabbia ocra e arancione, dove ogni tanto si incrociano tende beduine con cammelli ma nessuno abita qui perché è impossibile. Quando arriviamo la muraglia fa veramente impressione: sul posto qualche turista, ma soprattutto operatori che si preparano al race di inizio gennaio. Camminiamo sulle dune di sabbia, guardiamo il sole che sfuma dietro le dune tra le ombre che sfilano sempre uguali ma sempre diverse. Ci apprestiamo a tornare, l’assaggio del deserto è stato forse insufficiente perchè il deserto nella sua vastità va ascoltato prima di raccontarlo.

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