Alla lotteria di Bruce Springsteen

C’è la giornalista free lance, la coppia di pensionati californiani, un francese incanutito, il fan di Freehold nel New Jersey dove Bruce Springsteen è nato e ci intrattiene con aneddoti sulla sua casa d’infanzia che non esiste più, la chiesa, il parroco, i giornalisti che ogni tanto arrivano in questa località lontana dai percorsi turistici. Siamo tutti in fila per la cancellation list davanti alla porta del Kerr Theatre a Broadway, New York, in attesa che qualcuno rinunci al concerto del 20 ottobre di Bruce #Springsteen. Le porte si aprono alle 7pm e abbiamo un’ora per sapere se saremo toccati dalla fortuna oppure dovremo tornare la sera dopo. I newyorkesi vengono quasi tutte le sere a provare la sorte alla cancellation list, ormai diventato un appuntamento fisso. L’alternativa è la lottera: ogni settimana viene messo un biglietto all’asta per 75 dollari, il prezzo originale. Questo perché il teatro è sold out fino a febbraio e i prezzi sono alle stelle da un minimo di 500 dollari ai mille in sù. La notizia è che probabilmente lo spettacolo a Broadway sarà prolungato fino a giugno e si parla di un tour in giro per i teatri di tutto il mondo.

L’appuntamento fisso di Broadway. Intanto noi siamo qui a New York, a Broadway e abbiamo appena assistito all’arrivo di Bruce e Patty al teatro, anche questo ormai un appuntamento fisso, la nuova attrazione di New York. Tutte le sere una schiera di fun si danno appuntamento davanti al Kerr Theatre e attendono che il Boss scenda dalla sua auto e se sei fortunato si ferma, stringe mani e firma autografi. Uno spettacolo nello spettacolo, insomma: puoi vederlo a pochi metri, guardarlo negli occhi, chiamarlo e lui se è di buon umore risponde. La mia serata è stata quella della firma di due palle da baseball e della sua dedica Go Yankee (vedi video). Quella dopo, invece, è entrato velocemente in teatro senza fermarsi se non pochi secondi per firmare qualche autografo. Devi essere fortunato a trovarti sul lato giusto. Alla mia serata era proprio lì sul mio lato e potevo vederlo a pochi metri. Ero già contenta così, con la maglietta del concerto in mano quando mi indicano la fila delle cancellazioni. Tento la sorte.

Alla lotteria di Bruce Springsteen. Ci contiamo, io sono l’ottava, mi dicono che ogni sera non ci sono più di una decina di cancellazioni. Guardo le persone arrivare, soddisfatte con il loro biglietto in mano, perfino disabili che per nulla al mondo rinuncerebbero al concerto. Giovani e meno giovani, il pubblico di Bruce è come agli stadi, ma qui partecipa chi agli stadi proprio non va. Mentre sfilano gli spettatori, noi siamo qui in fila ad aspettare l’esito delle cancellazioni, nell’attesa i fun raccontano i loro aneddoti, chi gli ha stretto la mano durante la presentazione del libro biografico lo scorso anno, e poi i concetti, chi è venuto a Roma al Circo Massimo lo scorso anno, chi è arrivato a vedere 4 concerti negli States, beh se paghi un biglietto aereo per venire in Europa, puoi pagare anche 500 dollari al Kerr Theatre di New York, penso dentro di me. Ecco che arriva la ragazza del box office. Ci sono due biglietti uno da 500 dollari e l’altro da 750 dollari. Non ci posso credere: questo non è il secondo mercato, questo è il box office the Kerr Theatre vuol dire che chi non si è presentato aveva acquistato il biglietto a quella cifra. Non dovevano costare 175 dollari? Dove sono finiti quei biglietti? E soprattutto chi si aggiudicherà i primi biglietti? La regola è questa: ti chiamano, il box office ti dice qual è il prezzo del biglietto, se ritieni che sia troppo alto, allora torni in fila e aspetti il prossimo giro nella speranza che ci sia un altro biglietto a disposizione e soprattutto che costi meno del primo.

Nulla è scontato alla lotteria di Bruce Springsteen. La prima ad essere chiamata è una signora americana: è arrivata alle due del pomeriggio ed è riuscita a farsi autografare la foto da Bruce. E’ la sua serata: pagherebbe qualsiasi cifra per conquistare un biglietto. Con determinazione si fa avanti e sgancia la bellezza di 500 dollari. E’ la donna più felice della terra. Il secondo è il francese incanutito: non fa una piega anche lui e compra il biglietto a 500 dollari.  Sembra un bambino, non pensava di farcela. Il terzo biglietto lo compra la giornalista free lance per 750 dollari!!! Quando esce dal botteghino è ancora incredula non pensava neppure lei di comprarlo, ha chiamato la madre senza dirle quanto ha pagato il biglietto. Poi viene il mio turno: che cosa farò? Non sono preparata a pagare tanto… Arrivo al box office: il mio biglietto è lì che mi aspetta per la modica cifra di 500 euro. Non faccio una piega e rifiuto l’offerta, sperando in un altro giro di giostra. Naturalmente quello dopo di me lo acquista senza battere ciglio.

Chi stabilisce il prezzo dei biglietti. Dopo qualche turno si ricomincia: una coppia non si è presentata. Andiamo io e John. Quando arriviamo al botteghino ci dicono 700 dollari…ciascun biglietto. What??? Ho rifiutato quello da 500 dollari come posso accettare quello da 700??? Lo stesso fa John e il nostro posto lo prende la coppia di pensionati californiani: “Sa, mio marito è un gran fun di Springsteen e ripartiamo domani per San Francisco” si giustifica. I biglietti sono finiti, il concerto è iniziato e a noi non resta che la lotteria.  Nessun concerto, ma è stata comunque un’esperienza dalla quale esco con qualche domanda: questi biglietti venduti a queste cifre non hanno nulla a che vedere con il secondo mercato, è il box office del Kerr Theatre che li vende a queste cifre stratosferiche.  E ancora, quanto vale una passione? Trovo poco etico che chi canta di disoccupati e working class poi si faccia pagare 750 dollari il biglietto. Se poi votano Trump, non meravigliamoci.

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“Springsteen on Broadway” at the Walter Kerr Theatre in New York. (Rob DeMartin)

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Bruce Springsteen performs onstage during “Springsteen On Broadway” at Walter Kerr Theatre on October 12, 2017 in New York City.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Vendicari, una riserva tra i fenicotteri rosa


Se volete provare l’ebrezza del deserto pur stando in Italia la migliore destinazione è la Riserva di Vedicari, in provincia di Noto (Sicilia) . Caldo torrido, vegetazione inesistente, terreno sabbioso, colori giallo ocra che diventano rossi al tramonto. A nulla serve buttarsi in acqua perché quando si esce in pochi secondi la salsedine dell’acqua marina diventa la seconda pelle e acqua dolce per lavarla via non esiste. L’estate del 2017 sarà ricordata come la più calda, ma a Vendicari lo è stato ancora di più.

La riserva è un angolo meraviglioso, tra la roccia e il mare, istituita nel 1984 in quella che un tempo erano le saline, oggi diventata una zona umida, tra dune e mare, dove tornano regolarmente a nidificare i fenicotteri rosa, la cicogna, l’airone, il cavaliere d’Italia, il gabbiano rosso. Si possono osservare all’alba e al tramonto quando i colori sono meno accessi e più sfumati. Le due spiagge più famose Calamosca e Martinelli sono completamente invase da turisti e ombrelloni di tutti i colori: l’acqua è cristallina e naturalmente calda. Se avete la forza di spingervi fino alla spiaggia Martinelli non ve ne pentirete: qui si pratica il nudismo e anche per questo è meno affollata e l’acqua è ancora più trasparente.

Sappiate che dall’entrata principale della tonnara, la spiaggia dista sette chilometri, non c’è possibilità di acquistare acqua e non ci sono chioschi. Attrezzatevi altrimenti rischiate di disidratarvi. Arrivando da Catania non è difficile trovare la riserva che è raggiungibile solo in auto: lungo la superstrada si supera Siracusa e all’altezza di Noto si trovano le indicazioni per la riserva e volendo anche per Calamosche raggiungibile senza passare dall’entrata principale.

Il punto di informazioni è un capanno all’ingresso principale (potete anche organizzare una visita guidata ambientale anche in bici, linocaruso90@live.com), l’entrata è gratis. Il primo segno distintivo è il capanno di osservazione degli uccelli dove al tramonto si possono scorgere colonie di fenicotteri rosa. Una volta raggiunto l’arenile si può procedere verso Nord o verso Sud. Nel primo caso muovendosi tra il sentiero e il pantano si incontrano la Torre Sveva, la Tonnara, il centro visitatori dove è ricostruita la storia della Riserva.

Il percorso costeggia la costa rocciosa e poco fruibile anche a causa della posidonia che ha invaso molti tratti della spiaggia.

Proseguendo verso Nord si trova un altro punto di osservazione (14 minuti) l’ultimo primo di affrontare l’attraversata che porterà a Calamosche. Con una deviazione di 18 minuti di raggiunge l’ingresso Calamosche mentre proseguendo lungo il percorso si raggiunge l’arenile Martinelli (altri 10 minuti).

Se invece ci si sposta verso sud, immersi nella vegetazione a macchia di ginepro, tra il litorale e le rive dei pantani di Roveto e Sichilli, si incontrano la Foce del pantano Sichilli con un punto di osservazione sul pantano omonimo fino all’ingresso Cittadella (30 minuti). Un’alternativa è entrare direttamente a Nord a Eloro nei pressi dell’area archeologica, meno segnata e difficile da individuare: procedendo verso sud si raggiungono l’arenile di Stampace, la foce del fiume Tellaro (5 minuti), gli arenili Martnelli e  Calamosche (20 minuti) e lungo la costa proseguendo verso sud i percorsi già descritti.

All’uscita ad aspettarvi il carretto dell’acqua ghiacciata e delle bibite. Non perdete l’occasione di gustarvi una granita al limone al Baglietto (0039 327 0124519)  un agritursimo dove fermarsi anche a mangiare qualche piatto tipico. 

La stagione migliore per la visita è in autunno e godere della spiaggia di Vendicari meno affollata ma con l’acqua marina ancora calda: a Natale si può fare ancora il bagno. La Riserva di Vendicari è una delle meraviglie della Sicilia insieme alla Riserva dello Zingaro sull’altro versante verso Trapani, meraviglie della natura da salvaguardare con tutti i mezzi e tutte le forze.

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#Etna, alle pendici del vulcano tra vigneti e fichi d’india

C’è un modo diverso per visitare l’Etna senza salire fino alle sue bocche: girarvi attorno in un ideale cerchio che parte da Catania e ritorna a Catania. Un piccolo trenino vi può aiutare in questo viaggio fuori dal tempo: è la Circumetnea, poco conosciuta dai turisti, ma che con soli 7 euro vi porta alle pendici dell’Etna dove in un lungo percorso di oltre cento chilometri si sale e si scende tra una natura piena di contrasti e di tradizioni.ferrovia-circumetnea Quando mi capita di scoprire questi gioielli mi chiedo perché andiamo così lontani nei nostri viaggi, a volte basta poco per sorprenderci. Le scoperte spesso sono casuali ed è quello che rende un viaggio speciale: potere raccontare di posti vicini o lontani ancora poco conosciuti e poco raggiungibili.

La ferrovia Circumetnea è una storia da viaggioslow: una ferrovia a scartamento ridotto, ad un solo binario che lungo una tratta di circa 110 Km, viaggia intorno all’Etna attraversando numerosi paesini ai piedi del vulcano e regalando ai viaggiatori suggestivi scorci del paesaggio lavico. Il percorso della ferrovia Circumetnea, inaugurata nel 1895, va dalla stazione di Catania Borgo fino a Riposto e viene percorso in entrambi i sensi di marcia attraversando Paternò, Adrano, Bronte e Randazzo. La Circumetnea non è un treno prettamente turistico, ma pensato per i pendolari, sebbene saltuariamente vengano organizzate anche corse puramente turistiche con littorine d’epoca. Ciò non toglie che un viaggio in Circumetnea può essere un’esperienza suggestiva per scoprire scorci del vulcano e paesaggi meno noti della Sicilia orientale.

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Non aspettatevi vagoni con aria condizionata perché il treno è composto da un unico vagone e già a partire dalla stazione di Catania Borgo, nei suoi colori tipici rosso e giallo ocra, si entra in una dimensione insolita. Spesso i locomotori sono vecchi, sbuffano, fischiano, ad eccezione del nuovo treno Vulcano su cui è possibile caricare la bici, ma effettua una sola corsa al giorno. Tutti i treni, però, hanno la capacità di portarci su strade difficilmente accessibili, attraverso paesaggi bellissimi e di far dimenticare per qualche ora  il telefonino.

L’avventura inizia dalla stazione Catania Borgo che con la stazione ferroviaria centrale non ha nulla da spartire: per raggiungerla si sale lungo la via Etnea e all’altezza di via XX Settembre si prende via Caronda e si comincia a salire perché la stazione si trova nella parte alta della città di Catania e non la vedrete finché non ci sarete di fronte. Attenzione agli orari perché ci sono poche corse e nei festivi non circola. Io consiglio di svegliarsi presto e prendere la corsa delle 7:55 perché il viaggio è lungo e dovrete impegnare tutta la giornata.

cartina-tracciato-fce_500Quando il locomotore vi si parerà davanti non potrete credere ai vostri occhi: l’intero treno è grande come un vagone della metro di Milano. Si sale e si attende con ansia la partenza.

L’abbrivio è rumoroso, suoni a cui non siamo più abituati, oggi tutto così ovattato. Il primo tratto non è particolarmente interessante essendo la periferia di una grande città. Misterbianco, Paternò, Adrano, Bronte fino a Randazzo si percorrono in due ore e quaranta minuti.

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Il paesaggio cambia man mano che si sale fino a toccare 922 metri a Rocca Calanna, dopo Bronte, la patria dei pistacchi: distese aride che si allungano fino ai monti Nebrodi, fichi d’india che crescono in ogni angolo, e poi ancora uliveti, aranceti scorci di natura dove non passa nessuna macchina. Il trenino si inerpica sbuffando e sgusciando su stretti percorsi e sbalzi nel vuoto da brividi. Poi il panorama cambia di nuovo e diventa scuro per i resti di colate laviche immense a ricordare che l’Etna è il vulcano più alto in Europa e uno dei più attivi.

Si arriva a Radazzo alle 9:49: qui conviene scendere per visitare la cittadina di origine normanna e prendere il treno 1781successivo alle 13:24. Come molte città siciliane dell’entroterra, Randazzo è un goiellino costruito tra l’Etna e il fiume Alcantara (quello delle gole) e da qui sono passati tutti i conquistatori lasciando un segno: i Normanni, i Lombardi, Aragonesi e Spagnoli e i monumenti, per quello che resta, trovano spesso il segno di riconoscimento dell’architettura normanno-sveva. Pur essendo il centro più vicino all’Etna, è sempre scampato alle eruzioni riuscendo a conservare il suo aspetto medioevale. La basilica di S.Maria è di origine normanno-sveva stile che si associa con quello gotico-catalano dei portali. Poi i palazzi aragonesi sulla via principale, la chiesa di San Martino costruita dai Lombardi venuti al seguito dei Normanni per conquistare la Sicilia possiede uno dei più bei campanili di tutta la regione in stile gotico siciliano del periodo normanno-svevo. Come si vede questa piccola città di 11mila abitanti raccoglie una storia secolare.

Il treno riparte ma ora la strada è in discesa. Qui il panorama è meno brullo, ricco di vigneti del famoso vino dell’Etna, ma anche frutteti, aranceti, ulivi e gli immancabili fichi d’india. Da questa estate si organizzano anche visite alle cantine della zona, ma soltanto pochi giorni al mese . Manca ancora poco e già in lontananza si scorge il mare di Riposto, il capolinea. La cosa migliore, però, è scendere la fermata prima a Giarre e prendere il treno delle Fs per Catania o Taormina che passano ogni mezz’ora. Siamo così arrivati alla fine della nostra attraversata spero che l’abbiate trovata interessante, io sì e attendo i vostri suggerimenti. Buon viaggio.

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Etna, il vulcano patrimonio dell’Umanità

Se avete intenzione di fare un giro in Sicilia non perdetevi una salita sull’Etna. E’ una delle nostre meraviglie che spesso non conosciamo,  patrimonio dell’Umanità che da Catania si erge lungo la via Etnea fino ai piedi del vulcano. Una salita impegnativa se ci si vuole spingere fino al cratere centrale a 3340 metri, con la bocca incessantemente fumante di vapori provenienti dall’abisso. Quando sono salita la prima volta ero appena tornata dal Nepal e quindi mi sentivo pronta fisicamente per affrontare la salita impegnativa e che può essere effettuata soltanto con una guida esperta per i pericoli dei crepacci che si aprono lungo il cammino. Quindi armatevi di scarpe adeguate e giacche a vento perché la zona è sempre ventosa.

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La piazza di Nicolosi

Vi accorgerete subito che la salita all’Etna è diventata una meta turistica gettonatissima con tante agenzie che offrono tour più o meno impegnativi, ma è più divertente organizzarlo da soli si possono raggiungere mete interessanti a prezzi contenuti. Ed è quello che ho fatto prendendo l’autobus pubblico da Piazza Giovanni XXIII a Catania di fronte alla stazione ferroviaria alle 08:15, un bus che parte tutti i giorni d’estate e d’inverno per la modica cifra di 6,60 euro e in due ore si arriva ai piedi del vulcano. Sull’autobus si possono caricare le biciclette perché c’è chi arriva in cima e scende sulle due ruote, oppure con la mountain bike si possono percorrere tratte inesplorate.

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Il rifugio rimasto sepolto dalla lava

D’estate l’autobus è sempre pieno quindi meglio arrivare presto per non rimanere a piedi. Il percorso lungo l’Etna del sud è una avventura, circondato da vigneti, alberi da frutta, ricco di coltivazioni. La prima tappa è Nicolosi, definita la porta dell’Etna: mi fermo per un caffé al bar la Dolce vita, ma non resisto alla granita al caffé con panna. Quando si riparte l’autobus è completo molti di coloro che lavorano sull’Etna prendono questo mezzo per gli spostamenti quotidiani. La strada è alberata, ripida e piena di curve, spunta persino il tetto di una casa: è quello che resta del rifugio rimasto travolto dalla lava infuocata dell’eruzione del 1983. Dopo due ore si arriva al Rifugio Sapienza a 1900 metri. Qui finisce la corsa del bus e inizia quella delle funivie da qui partono le escursioni ai tanti crateri del vulcano. Ristoranti e negozi di souvenir occupano la piazzetta insieme alle agenzie turistiche perché per salire fin sulla cima del cratere a 3340 metri ci vuole una guida esperta. Ma gli scarponi da trekking? Ci pensa l’agenzia DSCF5646a fornire scarpe, calze e giacca a vento. Come quella di Pietro La Rosa  guida vulcanologica, scalatore e guida di professione ha scalato tutti i più importanti vulcani nel mondo. Di Nicolosi, Pietro ha fatto della guida turistica la sua professione e durante la risalita potete chiedergli qualsiasi cosa sui vulcani e le scalate.

11922789_1094239073939365_3310621008005806512_oEccoci qui pronti per la scalata, gli scarponi ci sono, giacca a vento pure partiamo alla volta della funivia. Quando arriviamo in cima ci guardiamo intorno e il panorama è straordinario, sembra essere sbarcati sulla luna, sabbia nera, crateri, vegetazione completamente sparita, coni neri-rossastri, crateri millenari spenti che sono stati nel passato infernali bocche di fuoco da cui sono usciti milioni di metri cubi di materiale che hanno contribuito a edificare questo colossale vulcano. Ma siamo solo all’inizio. Ci mettiamo in cammino: dall’alto il panorama è straordinario

11856439_1093149480714991_5788832183211604162_ol’azzurro del mare su questo cielo terso, lo sguardo che scorge in lontananza Taormina. Noi intanto saliamo tra crateri, fumi e sabbia rossa. Ma la parte più dura deve ancora arrivare perché per giungere in vetta al vulcano bisogna attraversare una vallata di lava essiccata, friabile, pericolosa e tagliente: dimenticate i 30 gradi di Catania, qui l’aria è gelida di alta montagna, i venti sono impetuosi e camminare su questo terreno è difficilissimo.

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Si cammina in queste condizioni per almeno due ore: ogni tanto Pietro si ferma per raccontarci dove siamo e che cosa sta succedendo attorno a noi, i fumi, l’odore di zolfo e in lontananza un panorama mozza fiato.

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Quando arriviamo alla punta massima del grande cratere di Nord Est a 3340 metri il fumo che esce dalla bocca del cratere centrale è avvolgente: arrivare in cima e provare l’emozione di porsi sull’orlo della voragine dove la suggestione del luogo, della vastità del cratere, i rigurgiti del vapore provenienti dall’abisso sono il respiro del mostro, con cupi boati in profondità, tutte sensazioni che tolgono il respiro. Sono salita altre volte a queste altitudini, ma arrivare in cima e trovare un cratere fumante è un’altra cosa. Nell’agosto del 2013 da questo cratere cominciò ad eruttare lava, era estate e da Catania si potevano vedere le lingue della lava che scavava solchi nella roccia. L’Etna è il vulcano più alto d’Europa ma soprattutto

11650798_1062611993768740_1543628944_nquello più attivo. E chi ha la fortuna di vedere fuoriuscire le lingue di lava avrà un ricordo unico: il magma che cola il fronte lavico e che si espande sotto gli occhi dei curiosi. Il ritorno è ancora più suggestivo con i crateri che ti portano fino al centro della terra in questo panorama lunare che non ha paragoni in Italia neppure le Dolomiti altro patrimonio dell’Umanità. Il ritorno è ugualmente impegnativo, altre due ore e mezzo tra crateri e sabbia laica che rendono difficile la discesa. Un’attività quella vulcanica che dura da millenni, Catania è stata ricostruito a causa di una eruzione disastrosa del 1693 e ancora oggi ne mostra i segni. Dai Nebrodi nasce il fiume Alcantara e scorre dentro le famose gole dell’Alcantara, formatesi da una eruzione vulcanica e oggi mostrano le sue formazioni rocciose a canna di organo uniche in Italia.

L’Etna è Monte, Sole, Fuoco e Neve. Esiste una Etna bianca quella invernale dove potere sciare sul versante nord del vulcano alla Pineta di Linguaglossa e gli impianti di sci (1 funivia, 1 seggiovia, 3 skilift dove fare sci alpinismo, discesa, escursionismo e ciaspole) di Piano Provenzana scendendo lungo la montagna guardando il mare e rendere magico il ricordo.

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L’ex banker cambia vita per amore delle #Dolomiti

Da Sydney a Corvara, dalla barriera corallina australiana alle Dolomiti. In comune hanno l’essere entrambi patrimonio dell’umanità salvaguardati dall’Unesco, per il resto le differenze sono incolmabili. Per l’ex banker della Jp Morgan, l’investment bank americana con sedi in tutto il mondo, la scelta non è stata facile. “Non sono un banker pentito, però dopo avere viaggiato mezzo mondo mi sono reso conto che anche un paesino come Corvara con 5mila abitanti ha molte potenzialità”.

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Stefano Pezzei

Stefano Pezzei , 35 anni, dopo cinque anni trascorsi tra Londra, New York e Sydney è così tornato a casa con la sicurezza di non partire da zero: i genitori sono da sempre albergatori di questa località perla delle Dolomiti, Corvara, in Alta Badia (Trentino Alto Adige), un comprensorio compreso tra La Villa, San Cassiano, Colfosco, e Badia, 5mila abitanti che in inverno diventa meta indiscussa di sciatori provenienti da tutto il mondo. Con lui anche la moglie come Stefano ex banker che da pugliese ha deciso di seguire il marito con la figlia tra queste ispide montagne, passando dall’inglese al ladino, la lingua locale della valle. “Quando sei all’estero ti rendo conto che molte delle nostre criticità diventano valori e allora metti sulla bilancia tutto e decidi che cosa vuoi fare della tua vita”.

Stefano decide così di tornare a casa un momento prima dello scoppio della grande crisi finanziaria del 2008, dopo il crack della banca d’affari Lehman Brothers che segnò il destino della finanza mondiale: “I segnali della crisi erano evidenti eppure nonostante lavorassi in una grande banca d’affari nessuno sapeva in quel momento come ne saremmo usciti, la confusione era totale”, racconta. Se la vita a New York è dura in tempi normali, in una situazione di incertezza diventa ancora più faticosa: “In quel periodo mi sono reso conto che volevo avere una mia attività, prendermi i miei rischi perché sia chiaro che la società americana per quanto dall’esterno sembra bellissima, alla prova dei fatti è molto diversa”.

La svolta arriva nel 2009 quando le Dolomiti vengono dichiarate patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Questa perla conosciuta in Italia, ma poco all’estero comincia a suscitare l’interesse dei tour operator internazionali. “La mia esperienza all’estero ha così cominciato a dare i suoi frutti – dice il giovane albergatore – le richieste da clienti americani e sudamericani sono diventate sempre più numerose, curiosi di conoscere questa località che coniuga la qualità degli impianti a prezzi concorrenziali”.

Una perla ancora sconosciuta la definisce la stampa internazionale, con una articolata rete di impianti sciistici, il Sella Ronda, attorno ai quattro passi dolomici (Campolongo, Pordoi, Sella, Gardena), la pista della Coppa del Mondo Gran Risa famosa per le prodezze della squadra azzurra e le performance del campione del mondo Alberto Tomba che hanno regalato grande popolarità alla località: ancora oggi qui viene organizzata una delle tappe della Coppa del Mondo di sci quest’anno in programma il 20 e il 21 dicembre con la prima discesa in notturna. Ai paesaggi mozzafiato abbina la cura per la cucina e la ristorazione al punto che, caso unico in Italia, in un’area di 4 chilometri quadrati si concentrano ben 3 ristoranti che vantano 3 stelle Michelin.

Alta Badia_Hike_molography.it (2)Il prossimo passo è promuovere la località non solo come meta invernale, ma anche estiva puntando sull’e-bike e sui percorsi ciclistici come risposta estiva allo sci invernale. “L’obiettivo è creare una domanda anche nei mesi estivi perché le potenzialità ci sono e i turisti pure”. Il problema restano i collegamenti, raggiungere la Val Badia con un mezzo diverso dall’auto è ancora complicato: si lavora con le infrastrutture locali per accogliere i turisti che aatterrano dagli aeroporti di Verona, Venezia e Insbruck, shuttle ad hoc, ma treni e bus restano ancora di difficile fruizione: “In Italia si fa ancora poco per il turismo, non è possibile che la Spagna faccia più pernottamenti del nostro paese”. Con gli ex colleghi della JP Morgan ha mantenuto i contatti e oggi si incontrano sulle piste da sci o davanti a un piatto di grästl. Un consiglio per i giovani italiani che vivono all’estero? “L’esperienza all’estero ti apre al mondo del lavoro, tutti dovrebbero lavorare all’estero per un po’ per tornare convinti che in Italia si può fare tanto”.

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Le 10 cose da fare a #Expo

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Si può essere d’accordo o contrari all’Expo, ma in tutti i casi va visto perché ha alcuni tratti sensazionali. Forse non è del tutto coerente con i messaggi tra cui il principale “Nutrire il pianeta, energia per la vita“, ma costringe a pensare ad un tema quello dell’alimentazione su cui spesso si è troppo distratti o condizionati dalla pubblicità. la visita comincia dal Padiglione Zero tra i più belli dell’esposizione che per dirla con le parole del suo realizzatore Davide Rampello, “è un racconto che parte dalla memoria dell’umanità, passa attraverso i suoi simboli e le sue mitologie, percorre le varie fasi dell’evoluzione del suo rapporto con la Natura, dall’azione di addomesticare il mondo animale e vegetale all’invenzione degli strumenti della lavorazione e della conservazione, e arriva fino alle forti contraddizioni dell’alimentazione contemporanea. Un percorso emozionale che da racconto universale si fa storia individuale”. Tra le contraddizioni illustrate quello dello spreco alimentare e della speculazione finanziaria sulle materie prime.  Nulla, però, si dice come si sia passati dall’agricoltura all’industrializzazione alimentare, allo sfruttamento e alla malnutrizione e soprattutto nessuna soluzione su come nutrire il pianeta. Ognuno può costruirsi il suo percorso a seconda dei propri interessi: un consiglio, Expo non è una fiera del turismo o della ristorazione, cercate i contenuti offerti dai diversi padiglioni, non è sempre facile e questa è la mia proposta.

Per trovare un padiglione con forti contenuti, primo fra tutti il dramma della malnutrizione, visitate il padiglione della  Corea del Sud:  una esposizione dentro e fuori la struttura ci parla delle contraddizioni tra obesità e chi muore di fame e della necessità di tornare alle tradizioni per limitare i danni dell’industria alimentare con i cibi inscatolati senza controlli: forte il messaggio sulla messa al bando del cibo spazzatura, McDonald non è molto lontano da lì.Un orto verticale per le città del futuro è la proposta della Corea del Sud. Non è l’unica anche gli Stati Uniti e Israele propongono di utilizzare gli spazi verticali per gli orti urbani.

I cluster sono un angolo di riflessione sulle diverse filiere alimentari e sono un’occasione per conoscere come alcuni cibi arrivano sulle nostre tavole: caffé, cacao, cioccolato, riso, cereali, spezie, frutta. Sono anche l’occasione per raggruppare insieme quei paesi che da soli non avrebbero avuto le risorse finanziarie per partecipare ad Expo. Interessanti, ma di difficile lettura con l’eccezione della mostra fotografica di Salgado sul caffé (vedi foto in pagina). Manca però uno sforzo didattico, nulla di interattivo per conoscere i processi di produzione, bisogna sforzarsi a leggere dei pannelli di difficile fruizione: da non perdere il cluster del riso per capire come nasce e si sviluppa.

Cercate il cluster della biodiversità mediterranea: Sicilia, Tunisia, Grecia, Algeria, tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono rappresentati qui. Non perdete il backery siciliano (il migliore come rapporto qualità prezzo) da consumare con un picchiere di vino locale e il cous-cous della Tunisia con dolcetti di mandorla ottimi. Difficile da trovare è invece il parco della biodiversità con l’unico ristorante biologico di Expo: una panoramica sulla vegetazione mediterranea le cui oasi si stanno riducendo a causa dell’edificazione.

Non perdetevi il padiglione dell’Azerbaijan: è costruito da giovani architetti di uno studio milanese ed ha un concept che mette insieme i valori di un paese che vuole mettersi in mostra nei migliori dei modi senza dimenticare i messaggi legati ad Expo. Filmati, percorsi interattivi, giochi di luce e di musica: uno spazio elegante che coniuga bellezza e contenuti.

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Uno stand italiano ricco di contenuti è quello di Coldiretti: un po’ difficile da trovare. ubicato sul cardo dal lato opposto del Padiglione Italia, ma ne vale la pena. Scoprirete tanti prodotti sconosciuti, come il mais blu che rinasce a Cornate d’Adda, in provincia di Monza Brianza, un prodotto benefico per l’apparato circolatorio e che arriva dalla tradizione agricola degli antichi Incas. Oppure la patata viola, il riso rosso, i tanti cereali dimenticati e ora riscoperti. Da non sottovalutare l’happy hour che inizia alle 18 offerto ogni settimana da una regione diversa. Imperdibile.

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Qualche consiglio per mangiare a Expo: premesso che è caro (si mangia su piatti di carta e si utilizzano posate di plastica), mettete in conto non meno di 20 euro per un piatto e per bere qualcosa. Il padiglione peggiore per mangiare è quello francese tristissimo, baguette smilze con una fettina trasparente di formaggio o prosciutto cotto, pan brioche per la modica cifra di 5 euro. Se volete restare sul panino consiglio il padiglione della Bielorussia con sei euro ottimo sfilatino con salmone e volendo si può pasteggiare a vodka. Fiumi di birra Pilsner Urquell dalla Repubblica Ceca, da provare anche i wafer originali ovali. Il Giapponese è caro la fila è tanta e il riso è scotto. Cercate i padiglioni dove si possono mangiare cibi inconsueti: come all’Ecuador involtini di palma, quinoa, frullati fantastici.  Oppure i truck food dove degustare insalate di cereali, Ramen oppure haburger vegetariani.Se volete restare sul locale,  Eataly rimane il migliore con piatti consigliati da 20 diverse regioni ma per meno di 10 euro trovi poco: al massimo una piadina ottima con il formaggio fresco e la rucola allo stand dell’Emilia ovviamente, oppure a quello della Sardegna il pane carasau e il dolce al cioccolato con peperoncino e salsa di mirto (entrambi per la modica cifra di 15 euro inclusa bottiglietta di acqua).  C’è chi si porta da mangiare da casa, ma se non mangi che ci vai a fare all’Expo? 

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Mi dispiace dirvelo, ma al ristorante della famosa catena alimentare americana che fa hamburger si fa la fila, come si fa a venire a Expo e mangiare cibo spazzatura? Naturalmente padiglione in bella vista, impossibile non vederlo. Provate ad andare a cercare il padiglione del biologico nascosto in fondo al decumano in decima fila con ristorante biologico di Alce nero ottimo, ci saranno stare sette persone all’ ora di punta, senza parlare di Slow food i poverini sono gli ultimi, per trovarlo devi farti chilometri e chilometri, tutto ciò mi lascia stupita

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E ora parliamo del cibo del futuro: scordatevi la tradizionale pastiera, la macchinetta per fare la pasta in casa, maccheroni, rigatoni, spaghetti si faranno con la stampante 3D, Si potrà inventare anche la forma preferita della pasta. Si mangeranno scorpioni e termiti, si coltiverà il mare e i supermercati daranno le info in tempo reale sugli alimenti. Le previsioni indicano nel 2050 una popolazione mondiale di quasi 6 miliardi di persone e il cibo scarseggerà. Ecco allora il cibo del futuro: scorpioni alla vodka oppure ricoperti di cioccolato, vermi e termiti. La terra scarseggia già, gli ettari coltivabili con l’urbanizzazione e la desertificazione saranno sempre meno: allora si coltiverà il mare, ecco la fattoria galleggiante, già costruita su un’isola delle Maldive. Il cibo del futuro si trova vicino al padiglione Coop.

Solidarietà con il Nepal che pochi giorni prima dell’avvio di Expo il 25 aprile ha subito uno terribile terremoto che ha ucciso più di 7mila persone e distrutto città meravigliose patrimonio dell’Umanità. Non perdete il padiglione terminato anche grazie l’aiuto degli operai italiani che hanno lavorato gratis per consentire di aprire in tempo per l’inaugurazione. La solidarietà passa anche da qui: sul decumano una techa raccoglie le offerte per aiutare le popolazioni del Nepal.

Dalla solidarietà alle meraviglie del Cirque du Soleil con lo spettacolo Alla vita! progettato in esclusiva per Expo. Un’ora di acrobazie circensi che lasciano senza fiato, tutto giocato sul tema del cibo. Lo spettacolo dura un’ora e il biglietto costa 25 euro, ma ne vale la pena. E poi andare di sera a Expo costa solo 5 euro e il divertimento è assicurato.

Kathmandu la città dei templi

Molti di questi monumenti patrimonio dell’Umanità e che troverete in questo post non potranno più essere visitati perché spazzati via dal terremoto. Un disastro per questa popolazione gentile e fiera nella sua semplicità che vive nella pace e nella tolleranza #prayforNepal

ViaggioSlow

Un viaggio di 17 ore per atterrare in un altro secolo. L’arrivo all’aeroporto di Kathamnadu e’ gia’ da solo un viaggio nel tempo. Citta’ al buio – l’elettricita’ c’e’ soltanto otto ore al giorno – strade dissestate e il centro della citta’, il Thamel la zona degli alberghi e dei ristoranti, é un brulicare di turisti. Per fortuna alberghi e ristoranti hanno generatori autonomi che garantiscono elettricita’ e acqua calda 24 ore al giorno, una condizione non sempre scontata.  La capitale del Nepal lascia attoniti non solo per le difficolta’ iniziali, a cui ci si abitua in fretta.aLazzaro cultura, la tolleranza della gente, le usanze sono un mondo a parte. Cremazioni e sacrifici agli Dei sono serviti a pranzo e a cena con naturalezza perche’ “tutto passa e nulla è per sempre” recita uno dei mantra spesso ripetuto. Lascio a voi rifletere, io l’ho già fatto.  

Le ruote delle preghiere

Sintetizzare una città…

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Dall’alto del tetto del mondo

ViaggioSlow

Se qualcuno vi dice che il trekking sull’Annapurna, in Nepal  e’ facile vi sta raccontando balle. Anche per chi e’ mediamente allenato questo percorso che si snoda tra villaggi Gurung e Newari e’ talmente impegnativo che qualche volta ti viene da piangere: si scalano per ore gradini di pietra senza vederne la fine, almeno la meta’ del percorso e’ fatto di scale che scendono e salgono ovunque. Sei talmente concetrato che non hai neppure il tempo di guardarti attrono. Certo non e’ un trekking impossibile, nessuno tra i trekkers che abbiamo incontrato e’ tornato indietro, se non per motivi meterologici, ma questa scalata (nel senso delle scale)  diventa quasi un percorso mistico, il piacere di raggiungere una meta per il gusto di raggiungerla e soprattutto per mettere alla prova se stessi e la propria resistenza fisica e mentale.

La guida diventa fondamentale  quasi un personal trainer che ti consiglia la…

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