Everest, recuperati 14 corpi rimasti intrappolati da una valanga

2013_1019nepal0376E’ un disastro quello che è successo sull’Everest: 14 guide (10 sherpa e 4 non sherpa) sono morte sotto una valanga a più di 6mila metri ma altri sono dispersi.  Li chiamano sherpa un nome diventato sinonimo di portatori, uomini con una resistenza pazzesca in grado di portarsi sulle spalle le pesanti valigie dei turisti arrampicandosi lungo i sentieri delle montagne nepalesi per i trekking ma anche per le scalate sulle rocce. Ho contattato le nostre guide che ci hanno accompagnato nel nostro trekking sui sentieri dell’Annapurna poco più di un mese fa, ma finora di loro non si hanno notizie. Sono molto preoccupata perché questo è un periodo con pochi turisti e guide e sherpa si aiutano tra loro per preparare i tragitti più popolari per quando arriverà l’alta stagione. A quelle altezze la montagna può riservare soprese pericolose anche a persone esperte del luogo:  durante il nostro percorso che inizialmente doveva portarci al campo base dell’Annapurna a 5200 metri abbiamo dovuto cambiare tragitto proprio perché una valanga aveva interrotto la strada. Abbiamo così optato per un percorso alternativo fino a Poon Hill a 3.200 metri.
Con il nome sherpa si identifica  una delle 78 etnie che popolano il Nepal, arrivati dal Tibet, di religione buddista abitanti le montagne  orientali dell’ex Regno himalayano del Nepal.  Non sono nati scalatori, ma lo sono diventati per vivere, soprattutto quelli che abitano nel distretto di Khumbu, dove sorge l’Everest o il monte Sagarmatha come è chiamato dalla popolazione locale.  L’abilità degli sherpa come alpinisti deriva proprio dalla necessità di adattamento al luogo dove vivono. E per questo sono stati determinanti nel successo di molti alpinisti stranieri e nelle loro conquiste delle mitiche vette himalayane.
La loro resistenza è eccezionale. Due anni fa, un super sherpa di 51 anni riuscì a battere l’insolito record di salire sulla vetta dell’Everest per ben tre volte in otto giorni per accompagnare tre diverse spedizioni. Un altro, Apa Sherpa, tre anni fa, collezionò la sua 21esima ascensione a quota 8.848 metri battendo un suo precedente primato.
L’emozione di toccare la vetta dell’Everest raccontata da uno degli sherpa che ha perso la vita sotto la valanga del 19 aprile 2014
Il più famoso di loro è senza dubbio lo sherpa Tenzing Norgay, che il 29 maggio 1953 accompagnò l’esploratore neozelandese Edmund Hillary sul tetto del mondo. Ancora oggi ci si domanda chi dei due fu il primo a mettere piede sulla cima. È morto nel 1986 all’età di 71 anni e la sua tomba si trova nel Museo della Montagna di Darjeeling, nell’India nord orientale.   Con l’esplodere del ‘turismo di alta quota e la presenza di sponsor che pagano i costosissimi permessi (si pagano 4mila dollaro solo di permessi e una scalata costa non meno di 25mila dollari), il lavoro degli sherpa si è fatto sempre più prezioso e anche più remunerativo: non bisogna però confondere gli sherpa intesi come portatori e che hanno il compito più faticoso di trasportare sulle spalle le attrezzature oppure utilizzando gli yak quando si scala oltre i 4mila metri, dalle guide: queste ultime hanno il compito di decidere quale tragitto fare, di aiutare gli scalatori nei momenti più difficili con il compito prettamente organizzativo. Sono due figure diverse e quelli morti sull’Everest appartnenevano probabilmente ad entrambe le figure, ma per facilità li si è chiamati sherpa.
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Ad ogni stagione, tra aprile e maggio, i portatori sgomitano per accaparrarsi i clienti e anche per fornire migliori servizi, tra cui le piste su pareti rocciose e crepacci per facilitare la scalata. Spesso la competizione è forte e si creano delle tensioni come quella che lo scorso anno ha portato al linciaggio dello scalatore bergamasco Simone Moro e di altri due suoi compagni al campo 2 dell’Everest per un diverbio durante l’apertura di una nuova via.
Dopo il disastro il peggiore nella st0ria delle spedizioni sull’Everest, il ministro del turismo si è affrettato a dire che le spedizioni che erano già in programma saranno ritardate al massimo di una settimana. Ma è difficile programmare il tempo necessario per liberare il tragitto dai resti della valanga tra l’altro quel punto è l’unico che dal Campo 1 porta verso il picco dell’Everest.
Secondo i dati delle agenzie di trekking locali, una guida può arrivare a guadagnare 5mila dollari in una stagione. Sono circa 10 dollari al giorno a cui bisogna aggiungere l’equipaggiamento e 50 dollari al giorno per le salite dai campi base verso le pareti rocciose. Le guide e gli sherpa sono coperti da un’assicurazione di 10 mila dollari a spedizione. 

Secondo il Ministero del Turismo nepalese, in questa stagione si sono già registrati 334 scalatori guidati da 31 team: sul posto sono già arrivati 500 persone tra guide, sherpa e addetti ai campi base:  si contano 248 scalatori morti di cui 76 a causa di valanghe e 161 stranieri. La maggior parte degli incidenti avvengono nella stagione primaverile, la più affollata: da metà maggio alla prima settimana di giugno è considerato il momento migliore per salire la vetta dell’Everest.

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A colazione con Rhino

Dalle cime più alte del mondo alla giungla tropicale. Il Nepal è luogo di estremi: si passa dal freddo alpino al caldo equatoriale, dalle montagne abitate dagli Yak ai fiumi dove scorazzano coccodrilli e si stagliano i profili di elefanti e rinoceronti. Tutto questo è il  Chitwan National Park, termine hindu che significa cuore della giungla, quasi al confine con l’India che per la sua unicità si è guadagnato il riconoscimento dall’Unesco di Patrimonio dell’Umanità. Quando partiamo da Pokara dopo un giorno di riposo dal trekking sull’Annapurna, non immaginiamo che a cinque ore di pulman ci troveremo in un ambiente completamente diverso. La strada per arrivare a Sauraha alle porte del parco è lunga, trafficata e in alcuni punti disastrata. In Nepal non ci sono molte strade: questa è l’unica che collega Kathamndu, Pokara e il sud del paese e durante la settimana i camion e gli autobus affollano questa stretta strada che costeggia da un lato il fiume dall’altro la montagna. Non ci sono alternative mentre scendendo il caldo comincia a farsi sentire: nei mesi caldi si toccano i 40 gradi ora il termometro si ferma a 24 gradi.

Arrivati a destinazione mi guardo intorno e sembra di avere cambiato completamente paese: all’orizzonte non ci sono più le montagne ma foreste, paludi e praterie. Tornano le zanzare e per difendersi c’è un arma micidiale: l’Autan tropical. Non c’è bisogno della profilassi antimalarica per queste zone benchè le zanzare locali possono essere molto fastidiose.

Ben presto capiamo che qui domina l’elefante, ma anche il rinoceronte indiano con un solo corno, il coccodrillo, cervi, scimmie, facoceri e soprattutto la tigre del Bengala: la regina indiscussa del parco non si fa vedere facilmente. Ce ne sono 120 specie ma il numero è in calo, un paio di anno fa ne erano state censite 125.  La nostra guida ci racconta che un mese fa ne ha vista una nel corso di un safari: si muove da sola di giorno non in branco ed è possibile avvistala solo in lontananza. Il parco Chitwan è uno dei pochi dove è possibile vederla, ma bisogna avere pazienza, camminare per giorni e se la si avvista non sperate di avvicinarla.

Più facile invece avvistare il rinoceronte indiano, impressionante quando lo si vede da vicino nel corso di un safari sull’elefante:

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E’ enorme e rispetto al rinoceronte africano ha un solo corno. E’ una specie rara e si può avvistare in prevalenza al Chitwan e al mondo ne esistono soltanto 3mila esemplari, il maggior numero concentrato qui in Nepal. Gli effetti del bracconaggio sono stati deleteri per questa specie, ora la notizia positiva è che il numero sta aumentando e nel parco se ne contano circa 500. Si muovono liberi e una sera un esemplare è entrato nel parco di un lodge a noi confinante: lo abbiamo raggiunto mantenendoci a distanza di sicurezza, lo abbiamo illuminato con una forte torcia, i bambini erano  elettrizzati, ma anche gli adulti erano incuriositi: riuscire a vedere un rinoceronte così vicino è una rarità. Le persone del luogo ci hanno spiegato che era un esemplare abbastanza vecchio, appesantito pur mantenendo la sua imponenza  goffa con quelle zampette che reggono un copraccione dalla pelle coriacea. Tra l’altro a pochi metri sorgeva un campeggio di tende e palafitte di bamboo, non credo che sarebbe stato un incontro ravvicinato piacevole per i turisti del campeggio. Ma questi sono gli inconvenienti della wildlife, non siamo in uno zoo ma in mezzo ad animali e al loro habitat naturale.

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Il protagonista incontrastato del parco è l’elefante asiatico, il secondo più grande mammifero terrestre dopo il suo equivalente africano. Lo si incontra ovunque nei lodge, lungo le strade a tutte le ore, mentre fa il bagno circondato dai turisti che aiutano nelle abluzioni elefantiache, tutto sotto l’occhio vigile del mahout, il portatore, l’uomo che guida lo stesso pachierma per tutta la vita. C’è da dire che quasi tutti gli elefanti del parco sono addomesticati, impegnati nei safari naturalistici per trasportare i visitatori all’interno del parco.

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Un’esperienza indimenticabile che raramente può essere ripetuta anche per motivi di sicurezza è l’ora del bagno degli elefanti: tutti i giorni dalle 11 a mezzogiorno decine di elefanti lasciano il centro di allevamento per recarsi sul fiume per il bagno giornaliero. E’ un’esperienza unica potere essere lì con questi mammiferi e contribuire alle abluzioni: la nostra guida lo aveva vietato dicendo che era pericoloso, e qualche giorno prima un elefante si era innervosito di fronte a qualche turista troppo invadente, ma come sottrarsi a questa esperienza unica?

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Infastidisce invece vedere come gli elefanti vengano tenuti incatenati durante il giorno nel centro di allevamento: così come il trattamento riservato loro dai mahout che ne sferzano la testa con bastoni e uncini di metallo per impedirgli di deviare dal percorso, un metodo “Montessori” di addestramento, insomma. Il Wwf è intervenuto per promuovere un’iniziativa per introdurre metodi di addestramento meno severi rispetto a quelli tradizionali, basati su tecniche di tipo psicologico, ma forse prima degli elefanti bisognerebbe educare gli addestratori.

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Il parco ha una particolarità che poche riserve permettono, e chi è stato un Africa ed ha partecipato ad un safari lo sa bene: si può visitare il parco a piedi accompagnati da una guida ed è un modo fantastico per entrare a contatto con la natura del luogo. Ecco allora che girando per il parco sui bordi del fiume si possono scorgere coccodrilli affamati in cerca di pesci per sfamarsi. Questi a differenza degli elefanti non sono addomesticati.

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Come per gli elefanti e i rinoceronti, anche i coccodrilli sono una specie rara quella che si trova qui al Chitwan: sono i  gaviali, una sorta di alligatore asiatico con il muso allungato da cui spuntano i denti, più lunga dei coccodrilli tradizionali e possono arrivare fino a 7 metri. Trenta anni fa di questi coccodrilli ne erano rimasti soltanto 57 unità: per questo è nato dentro il parco il centro per la conservazione dei coccodrilli divenuto un punto di riferimento anche per la salvaguardia delle tartarughe marine (ce ne sono soltanto 50). Il gaviale è una animale a rischio di estinzione nonostante se ne siano trovate traccia in alcuni fossili di 110 milioni di anni fa con esemplari che presentavano le stesse caratteristiche. Il modo migliore per avvicinarsi a questi animali è svegliarsi all’alba e prendere una canoa per navigare lungo il fiume e vedere da vicino i coccodrilli che quasi si possono toccare, ma è meglio evitare.

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Ci si avvicina al punto che fa una certa impressione: due turiste cinesi non credevano ai loro occhi e pensavano che i coccodrilli che vedevamo lungo il fiume fossero di plastica messi lì per impressionare i turisti. Quando le ho portate dalla guida per convincerle che erano  in carne e ossa, hanno risposto: “Ma in Cina si fa così”. Già lì si copia tutto anche i coccodrilli che non hanno.

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Ci sono vari modi per visitare il parco: in canoa, a piedi, sull’elefante oppure sulla jeep: tutto serve per avvicinarsi alla natura in un pullulare di vita fatto di 450 diversi uccelli, farfalle da lasciare senza fiato.

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Dall’alto del tetto del mondo

Se qualcuno vi dice che il trekking sull’Annapurna, in Nepal  e’ facile vi sta raccontando balle. Anche per chi e’ mediamente allenato questo percorso che si snoda tra villaggi Gurung e Newari e’ talmente impegnativo che qualche volta ti viene da piangere: si scalano per ore gradini di pietra senza vederne la fine, almeno la meta’ del percorso e’ fatto di scale che scendono e salgono ovunque. Sei talmente concetrato che non hai neppure il tempo di guardarti attrono. Certo non e’ un trekking impossibile, nessuno tra i trekkers che abbiamo incontrato e’ tornato indietro, se non per motivi meterologici, ma questa scalata (nel senso delle scale)  diventa quasi un percorso mistico, il piacere di raggiungere una meta per il gusto di raggiungerla e soprattutto per mettere alla prova se stessi e la propria resistenza fisica e mentale.

La guida diventa fondamentale  quasi un personal trainer che ti consiglia la respirazione e il tempi giusti per raggiungere la meta in sicurezza: Parshu ci ha guidati per questo percorso con pazienza, dandoci i consigli giusti al momento giusto, insieme al poratore Hari custode dei nostri zaini.

DSCF4412 Il Nepal e’ il posto giusto per mettersi alla prova: abbiamo incontrato una ragazza tedesca, Petra che viaggiava da sola, accompagnata solo dalla guida e dallo sherpa ed era in partenza per il campo base dell’Everest a 5.400 metri, un viaggio a piedi di 15 giorni. Un gruppo di danesi non piu’ giovanissimi, invece, ha scelto la mountanbike per percorrere parte del circuito dell’Annapurna passando per il parco nazionale di Chitwan. Insomma ognuno sceglie il mezzo che gli e’ piu’ congeniale per avvincinarsi il piu’ possibile al tetto del mondo.

Un saliscendi di scalini infiniti

Il nostro trekking inizia da Naya Pul un paesino a un’ora e mezza di macchina da Pokara, il centro nevralgico da dove partono tutti i trekking per l’Annapurna. Inizialmente il nostro piano era di raggiungere il santuario dell’Annapurna, ma una valaga ha bloccato la strada da giorni e un gruppo di tedeschi e’ strato costretto a tornare indietro. Abbiamo cosi’ deviato su un percorso alternativo, ma non meno impegnativo verso Poon Hill.

Per iniziare in scioltezza il primo giorno ci siamo sparati un dislivello di 950 metri in 5 ore di cammino attraverso villaggi e case da te’ dove fermarsi a rifocillarsi.

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Una conoscenza che diventera’  comune lungo tutto il percorso sono le carovane di muli che trasportano le merci per rifornire i villaggi di montagna. Sembra impossibile pensare che questi siano gli unici mezzi di trasporto che collegano i paesi a valle con la montagna. L’unica alternativa sono i portatori che si caricano sulle spalle di tutto comprese le valige dei turisti. Qui il tempo si e’ fermato e non sembra destinato a cambiare molto in fretta. Stanno costruendo strade che collegano alcuni centri da dove partono i trekking piu’ famosi, in alcuni casi si puo’ arrivare in aereo dal punto di inizio del viaggio, ma la montagna per ora resta inviolata perche’ e’ sacra e non bisogna irritarla altrimenti puo’ scatenare l’inferno. C’e’ un grande rispetto per le grandi cime  che dominano il Nepal e lo proteggono.

Impariamo a conoscere paesi dai nomi impronunciabili Birethani, Ramgai, Sudame, Hille, Tikeduhunga. Quando pensiamo di essere arrivati davanti a noi si erige una scalinata interminabile per raggiungere Ulleri a 2020 metri di altitudine, un’ora e mezzo di scalini di cui non si vede la fine.  Quando arriviamo ci rendiamo conto che lo sforzo e’ stato ripagato: il tramonto e’ mozzafiato con vista sull’Annapurna South (7.465 mt), Hinchuli (6.400 mt) e il Machhapuchhare che signfica coda di pesce per la forma a doppio triangolo.  Guardare dalla cima la lunghissima scalinata da’ una certa soddisfazione pensando allo sforzo e al sudore che e’ costata.

DSCF4420 La guest house di Ulleri dove si passer la notte e’ spartanissima ma nei bagni comuni c’e’ l’acqua calda, una condizione non sempre scontata.  Scordatevi wifi e caricare il cellulare e’ una impresa difficile a volte impossibile. L’acqua per diventare potabile viene purificata ogni mattina nelle bottiglie con pillole di iodio: vietato bere quella dei ribinetti anche per lavarsi i denti. Si dorme nel sacco-lenzuolo con le coperte messe a disposizione dalla guest house. I letti sono terribili: in Nepal non esistono i materassi e si dorme su assi di legno. I primi giorni e’ stato terribile, durissimi poi ci si abitua. La stanchezza e’ tale che il sonno prende il sopravvento su tutto il resto.

Il menu della casa e’ lo stesso che troveremo in tutto il percorso ed e’ stato approvato dalle autorita’ del parco: tutto cio’ ha un senso se si pensa che per rifornire le guest house lungo il percorso ci sono soltanto i muli, quindi meglio che gli approvvigionamenti siano uguali per tutti.

DSCF4637Impariamo a conoscere la specialita’ locale che presto diventera’ un simbolo del viaggio, il Dal Bhat un piatto unico fatto di riso bollito bianco immancabile, brodo di lentecchie, patate, spinaci, salsa piccante e per chi non e’ vegetariano pollo o montone. Vietato per motivi di culto il manzo. Tutti gli ingredienti vengono mescolati insieme per diventare un pappone che i locali mangiano con le mani e diluito con il bordo di lenticchie. Ci sono tutti gli ingredienti utili per reggere il freddo della montagna e lo sforzo fisico. Un piatto indimenticabile che ci accompagnera’ per tutto il trekking.

Verso le cime piu’ alte del mondo

La mattina successiva sveglia alle 6:30 colazione all’aperto di fronte alle montagne piu’ alte del mondo, poi si riparte. Obiettivo Ghorepani da dove raggiungeremo il giorno sucessivo Poon Hill la vetta piu’ alta del nostro percoso.

DSCF4486Ancora scalini ancora salite in mezzo alla foresta di rododendri, laligurans in nepalese: questa e’ la stagione della fiorura del fiore simbolo nazionale, dalle sfumatore che vanno dal rosso accesso, passando per il rosa al bianco. Naturalmente e’ vietato raccoglierlo ed e’ venerato al punto che se un albero cade viene lasciato a terra senza toccarlo. Una foresta meravigliosa di tutti i colori  da sempre inviolata. Il fiore ha anche propieta’ terapeutiche: viene essicato e utilizzato per disturbi allo stomaco.

Anche questa mattina il trekk non scerza: da Ulleri a 2020 metri passando per Naya Pani (2410 mt) arriviamo a Ghorepani, ma nel frattempo il tempo e’ cambiato e il cielo e’ cupo, non promettendo nulla di buono. Impossibile vedere le montagne perche” e’ tutto coperto. Mannaggia se rimane cosi’ si rischia di non vedere nulla.

DSCF4499Ci rifugiamo nella hall della guest hiuse, scordatevi il riscaldamento, tutti intorno a una stufa a legna dove scaldarsi: sopra alla stufa un filo per fare asciugare asciugamani e indumenti bagnati. E’ tutto. Le stanze sono comunque accoglienti, standard da montagna, bagno comune ma con l’acqua calda. La corrente va e viene e quindi ci facciamo luce con le torce a batteria quando funzionano

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Si mangia presto e poi tutti a giocare a carte, guide e portatori compresi, scaldandosi a suon di rum e di te’ al ginger che fa un caldo pazzesco, chi lo avrebbe detto. Ci prepariamo al giorno successivo il piu’ affascinante perche’ andremo a vedere l’alba a Poon Hill a 3210 metri di fronte alla catena dell’Himalaya, il cui nome significa la casa della neve. 

DSCF4527Alzarsi alle 5:20 non e’ facile di per se’ e mettersi subito in movimento e salire gradini per un chilometro e mezzo, per quasi un’ora, e’ una impresa quasi impossibile.

Quando usciamo e’ ancora buio, i primi minuti sono duri, manca il fiato e ci facciamo luce con le torce e le pile frontali. Abbigliamento da alta montagna (pantaloni da sci, berretto di lana comprato in loco, guanti, pile, calza a maglia termica)  che porteremo soltanto questo giorno, ma che occupa la maggior parte dello zaino. A meta’ tragitto una pausa per rifocillarsi ma e’ meglio partire subito perche’ sta gia’ albeggiando.

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Arriviamo giusto in tempo per goderci lo spettacolo, ovviamente la folla toglie un po’ dell’esclusivita’ del luogo ma lo spettacolo e’ garantito: a scaldarci una tazza di te’ appena fatto, in queste condizioni ci vuole proprio. Man mano che sale il sole si distinguono le cime dell’Annapurna: dal Dhaulaghiri (8193 mt) la settima cima del mondo e la prima del Nepal tra quelle complamente collocate sul territorio del paese.

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Uno dei suoi campi base e’ dedicato all’Italia. E’ una delle cime piu’ pericolose da scalare e ogni anno vi lasciano la vita dai due ai tre scalatori. In Nepal ci sono le piu’ alte cime del mondo: la piu’ alta e’ l’Everest con i suoi 8848 mt, 2)  K2 in Tibet, 3)  Kanchenjunga in Nepal, 4) il Nanga Parbat in Pakistan poi dalla sesta all’11 cima tutte si trovano  in Nepal. E qui davanti a noi ce n’e’ un folto gruppo del range dell’Annapurna:  Annapurna South (7219 mt), Hinchuli (6441 mt) che significa cima coperta di neve, Fish Tail (6990 mt), Annapurna III (7555 mt) Annapurna IV (7919 mt), Annapurna II (7939 mt) Lanjung (6945 mt). Tra le cime meno famose che fanno da contorno  Gurja peak (5950 mt), Tukuche peak, Dhampus peak e Nigiri Peak.

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La giornata e’ fantastica, cielo terso, sembra impossibile che ieri nevicasse. La discesa e’ molto piu’ veloce e arrivati alla nostra guest house facciamo colazione sul terrazzo davanti alle montagne. Dispiace ripartire perche’ da adesso in poi inizia la discesa. Dopo questi sforzi siamo cosi’ allenati che potremmo andare ovunque.

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La neve di ieri ha comunque lasciato il segno. Tutto il tragitto e’ un continuo sali e scendi sulla neve fresca, a volte un piacere altre meno. Il punto piu’ alto lo raggiungiamo a Dheurali Pass (3232 mt) piu’ alto di Poon Hill. Da questo momento  e’ tutta discesa non facile perche’ sulla neve si rischia di scivolare, ma conferisce  un fascino unico alla giornata.  Non e’ facile per nessuno neppure per i muli che non si fermano nonostante le condizioni proibitive.

DSCF4618Si passa per Ban Thanti (3180 mt), Liuli Kharka (2.680 mt) fino a Tarapani (2.630 mt) dove alloggiamo in una guest house terribile Panorama guest house dove di panoramico non ha nulla e fa solo un gran freddo.  Quando arriviamo facciamo un conto delle ore di cammino: dalla mattina presto di Poon Hill sono 9 ore comprese le soste e 600 mt di dislivello. E’ la notte piu’ fredda di tutte in uno dei posti meno accoglienti del tragitto: a farci compagnia anche i topi che corrono felici verso la cucuna. Quando ci svegliamo al mattino siamo tutti un po’ stravolti, vogliamo andarcene il prima possibile.

Da qui inizia la discesa

Ci mettiamo in cammino da dove inizia una lunga e bellissima discesa in mezzo alla magia verde della foresta nepalese, tra rododendri, ruscelli, muschio. Arriviamo a Ghandruk (1940 mt) per il pranzo, un villaggio Gurung una delle tante etnie (ce ne sono 76) che popolano le montagne del Nepal.

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Da questo grazioso villaggio pulito e ordinato, di case di pietra e ardesia, (mangiamo alla Satkar guest house ottima, forse perche’ dopo Tarapani tutto assume un sapore migliore) vediamo la nostra meta giornaliera: praticamente dall’altra parte della montagna ovvero dobbiamo scendere fino al fiume e risalire. Aiuto, per quanto si possa immaginare la difficolta’ non e’ pensabile quanto possa essere duro. Inizia cosi’ una discesa infernale di 350 metri tutti a gradini, la neve non c’e’ piu’ anzi scendendo comincia a fare caldo. Gli abiti da montagna gli abbiamo abbandonati da ieri e non li rivedremo piu’.

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Per la strada ci fanno compagnia le persone locali abituate ai turisti, anzi c’e’ chi non perde occasione per chiedere qualche rupia e farsi fotografare.

Abbiamo incontrato la donna albero che con le foglie infilate non si capisce bene dove sale le lunghe scalinate senza fare una piega. Ma anche portare legna non e’ molto facile, mentre lamaggior parte delle attivita’ si snodano lungo queste scalinate per noi  impossibili da immaginare.

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Scendere fino al fiume e’ il primo passo  per affrontare la salita: quando si presenta davanti a noi sembra infinita, sul tragitto ci taglia la strada un montone che teniamo a distanza. Per l’ultima salita bisogna stringere i denti: quando arriviamo a Landruk (1565 mt) in cima alla scalinata c’e’ un gruppo di turisti francesi che ci danno il benvenuto vedendo le nostre facce stravolte  non molto diverse dalle loro.

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Facendo il conto della giornata i numeri parlano da soli: in 4,5 ore abbiamo fatto un dislivello di 1600 metri.

La mattina successiva ci svegliamo con questo spettacolo: ormai sono gli ultimi giorni e le montagne saranno un lontano ricordo. Siamo ormai all’ultimo giorno di trekking: il paesaggio e’ completamente cambiato , passando da quello alpino, alla foresta tropicale fino ai tradizionali altipiani terrazzati e coltivati a riso e miglio.

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Ghandruk e’ dall’altra parte della collina sembra lontanissima e impossibile da raggiungere. Vediamo da lontano il percorso per l’Annapurna sanctuary che abbiamo dovuto abbandonare per le valanghe. Da Landruk partiamo alla mattina salutando i nostri amici Gurung .

DSCF4727Il nostro allenamento ormai e’ al massimo (per quanto durera’ non si sa) e il tragitto che ci portera’ a Dhampus (1360 mt) e’ riposante e bellissimo i colori sono nitidi, il verde dei campi e l’azzurro del cielo fanno da sfondo ai colori degli abiti delle donne e ai banchetti che vendono colorate pashmine e coperte di lana di yak. Passiamo da Deulari (2100 mt) da dove si staglia con tutta la sua imponenza l’Annapurna range e per la prima volta si scorge la cima dell’Annapurna First, la piu’ alta del massiccio con i suoi 8.091 metri, infine  Pothana (1890 mt ).

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Quando arriviamo a Dhampus e’ quasi il tramonto: ci accolgono fresche birre Everest e aspettiamo il tramonto con una certezza in piu’ che queste immagini le rivedremo ancora.

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Quando conta la guida in un trekking sull’Himalaya

http://www.nepalmountaineering.org/

Sull’Himalaya troppi rifiuti

Il boom del turismo tra i trekker e gli scalatori in Nepal sulle cime dell’Himalaya, dall’Everest all’Annapurna, sta creando il problema dello smaltimento dei rifiuti. Bottiglie di plastica e di vetro, sacchetti di plastica, fazzoletti di carta si stanno accumulando insieme alle bombolette di ossigeno lasciate dagli scalatori che salgono oltre i 6 mila metri.

DSCF4381Il governo di Kathmandu sta correndo ai ripari e oltre ad imporre a tutti gli scalatori di riportare a valle i propri rifiuti, pena multe salatissime, ha introdotto una nuova regola, in vigore da aprile,  secondo cui ogni membro di una spedizione sull’Everest deve riportare a valle almeno otto chili di rifiuti, oltre ai propri. La chiamano operazione pulisci l’Everest dopo che in decine di anni sulla cima del mondo si sono accumulati centinaia di quintali di spazzatura che non si riesce a smaltire. Tra questi anche i resti umani dei corpi degli scalatori morti nel corso dell’ascensione che oltre i 7mila non si sono decomposti per il freddo.

A partire dal prossimo mese le spedizioni dovranno attenersi alle nuove regole se vorranno ottenere l’autorizzazione a stazionare al campo base dell’Everest a oltre 5600 metri. Gli scalatori prima di iniziare le spedizioni devono depositare 4mila dollari di cauzione che verra’ restituita solo se potranno dimostrare di avere riportato a valle per lo smaltimento la propria spazzatura. Finora tutti gli sforzi fatti dalle autorita’  hanno dato esiti scarsi. Il traffico intanto sta aumentando e lo scorso mese per incentivare il turismo, il governo del Nepal ha ridotto la tassa di accesso agli scalatori dell’Everest e delle altre cime dell’Himalaya per attrarre nuovi turisiti. Una misura che se da un lato incentiva l’accesso dall’altro non risolve il problema dei rifiuti ad alta quota.

Kathmandu la città dei templi

Un viaggio di 17 ore per atterrare in un altro secolo. L’arrivo all’aeroporto di Kathamnadu e’ gia’ da solo un viaggio nel tempo. Citta’ al buio – l’elettricita’ c’e’ soltanto otto ore al giorno – strade dissestate e il centro della citta’, il Thamel la zona degli alberghi e dei ristoranti, é un brulicare di turisti. Per fortuna alberghi e ristoranti hanno generatori autonomi che garantiscono elettricita’ e acqua calda 24 ore al giorno, una condizione non sempre scontata.  La capitale del Nepal lascia attoniti non solo per le difficolta’ iniziali, a cui ci si abitua in fretta.aLazzaro cultura, la tolleranza della gente, le usanze sono un mondo a parte. Cremazioni e sacrifici agli Dei sono serviti a pranzo e a cena con naturalezza perche’ “tutto passa e nulla è per sempre” recita uno dei mantra spesso ripetuto. Lascio a voi rifletere, io l’ho già fatto.  

Le ruote delle preghiere

Sintetizzare una città costruita attorno a 10mila templi induisti e buddisti può mandare in in corto circuito. Collocata in un conca circondata da colline, sul letto di quello che un tempo era un lago, per secoli Kathmandu ha combattuto la rivalità dei regni confinanti di Patan e Bhaktapur, mantenendo la sua indipendenza fino a diventare la capitale del paese.  Multietnico, multireligioso – una condizione di cui va fiero – il Nepal (acronimo di Never End Peace And Love) e’ uno dei paesi al mondo conil maggior numero di siti definiti dall’Unesco Patrimonio dell’Umanita’: Lumbini la città natale del Buddha, sette monumenti della valle di Kathmandu nel raggio di 20 km, il parco di Chitwan e quello di Sagarmayha. Quanto basta per rendere il paese unico al mondo benche’ fuori dal mondo.

La dea vivente, gli occhi tristi della Kumari

Tra divinita’ buddiste e induiste venerate sotto forma di simulacri, dipinti e simboli, nel XXI secolo il Nepal  puo’ vantare una divinità vivente. Nessuno potrebbe pensare che una bambina di 5 anni venga scelta non per volere degli dei come nel caso del Dalai Lama, ma degli uomini come l’incarnazione della divinita’ in terra. La Kumari  e’ scelta dall’etnia Newari, per secoli la piu’ potente in Nepal, e tra le appartenenti alla casta degli orafi e degli argentieri:  la prescelta resterà relegato nel palazzo Bahal in Durban square fino alla pubertà.  Kumari

Per essere scelta la bambina futura divinita’ deve soddisfare 32 requisiti fisici dal colore degli occhi,  alla forma dei denti fino al suono della voce. Le prove sono molto dure e una volta superate verrà  trasferita nel palazzo a lei dedicato da dove uscirà due volte all’anno in occasione delle feste nazionali. La tradazione si tramanda da secoli e nessuno pensa che oggi possa essere superata:  durante il suo regno puo’ proifiziare fortuna ma anche sventura. Con l’inizio della pubertà decade dal ruolo divino per tornare tra i comuni mortali, ma non potrà sposarsi ne avere figli, potra’ frequentare la scuola e vivrà con una pensione elargita dal governo. Per le ex Kumari tornare alla normalita’ non e’ facile: la tradizione non é tenera con le ex divinità portatrici si dice di sciagure per il marito. Alcune per rifarsi una vita sono dovute trasferirsi negli Stati Uniti dove sono riuscite a sposarsi e arifarsi una vita.

Tre o quattro volte al giorno la giovane divinita’ di affaccia dalla finestra del palazzo: vederla non e’ facile, ma quando si mostra ai turisti che con pazienza hanno atteso l’apparizione divina, i suoi occhi tristi non sembrano avere  nulla di divino.

Che anno e’ in Nepal? 

Non e’ solo difficile orientarsi perche’ gli  indirizzi delle strade sono alquanto aleatori, ma anche il calendario ha le sue pecularita’. Dimenticate l’anno corrente perche’ ora siamo nel 2070 e l’anno nuovo inizia il prossimo 14 aprile. Quando si chiedono informazioni bisogna essere attenti alle date perche’ anche i mesi non sono tutti uguali: i giorni della settimana vengono calcolati in base a complicati calcoli che partono dai pianeti per finire all’oroscopo, qualcosa di simile  al calendario cinese. Cosi’ come per i mesi e’ difficile capire quando iniziano e quando finiscono, tutto e’ lasciato all’approssimazione, ma a loro va bene cosi’.

Tra templi buddisti e induisti 

Orietarsi tra Budda e Ganesh non e’ facile, ma in Nepal si puo’ fare un veloce ripasso di tutti gli dei dei due orientamenti religiosi. Non lo faro’ di certo qui, voglio solo dare il senso della tolleranza religiosa che c’e’ in questo paese dove albergano con estrema tranqullita’ entrambe. In Nepal si trovano i piu’ importanti templi induisti e buddisti. Boudhanath a pochi chilometri da Kathamndu rappresenta la stupa piu’ grande di tutta l’Asia ed e’ uno dei siti patrimonio dell’Umanita’. La sua importanza e’ testimonata dalla presentza dinumerosi templi di monaci tibetani rifugiati politici  e qui hanno trovato piena accoglienza. Molti cinesi vengono in visita al tempio e sostengono i monaci del Dalai Lama. Le candele di burro

Questo e’ uno dei pochi luogi al mondo in cui la cultura buddista tibetana puo’ mantenersi senza restizioni. Per il suo significato  e’ diventato anche un luogo di protesta contro il governo cinese: qualche anno fa un  monaco tibetano si e’ dato  fuoco nei pressi della stupa buddista. Oggi i tibetani che vivono nel villaggio di Boudha sono per lo piu’ rifugiati fuggiti dalla Cina nel 1959 e molti sherpa disccendeti dalle popolazioni tribali tibetane. E’ impressionante quando la sera scendono allo stupa decine di monaci tibetani e devoti per accendere le candele di burro, fare girare la ruota delle preghiere ed effettuare il giro rituale del monumento in senso orario. Gli occhi del Buddah che dominano la sommita’ dello stupa seguono in silenzio.

Il simbolo dell’induismo in Nepal e’ il tempio di Pashupatinath che sorge lungo le sponde del fiume sacro Bagmati, sporco e inquinito, che ha la stessa valenza del Gange in India. Anche dall’India arrivano devoti  per i rituali sacri ed il tempio e’ considerato un luogo cardine per la spiritualita’ hindu. Qui avvengono le cremazioni tutti i giorni dalle prime ore del mattino: sui ghat vengono deposti i corpi avvolti in veli e deposti lungo la riva del fiume quindi cremati su una pira di legno. A seconda della casta di appartenenza i corpi vengono cremati dentro o fuori il tempio. Le immagini sono suggestive ma soprattutto e’ impressionante come vengono vissute dai locali che guardano a questi riti con naturalezza. Secondo la religione induista ogni individuo, dopo la morte, rinasce reincarnandosi in un altro corpo. Per favorire ciò un ruolo importante lo esercitano i riti di cremazione eseguiti nei cosiddetti ghat, gli altari in pendenza a bordo del fiume sacro. Intorno agli edifici si aggirano gruppi di sadhu, gli asceti presenti anche in India, che nella speranza di rimediare qualche rupia, si prestano a farsi fotografare dai turisti.

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Sacrifici animali per ingraziarsi gli Dei

Quando arriviamo a Bhaktapur la terza città Stato della Valle di Kathamndu sembra di entrare in una città medioevale dove il tempo si  è fermato: gli artigiani intrecciano tessuti e scalpellano il legno sul ciglio della strada, nelle piazze  si vedono le fiamme e il fumo delle fornaci in funzione e i vasi di terracotta esposti ad asciugare, mentre la gente del posto si ritrova nei cortili comuni le donne per filare, gli uomini per giocare a carte. In uno di questi cortili entro per curiosare e comprare oggetti in legno  coloratissimi, fatti al momento.  Mentre mi intrattengo con le persone del luogo, non mi accorgo di quello che sta succedendo alle mie spalle: si sta consumando il sacrificio di una capretta, me ne  rendo conto quando vedo per terra davanti al tempietto del cortile, immancabile, una macchia di sangue. Non ho avuto il coraggio di guardare dentro al tempietto. Me lo sono fatto descrivere: la testa dell’animale e le interiora erano state poste davanti alle statue degli Dei induisti. E’ stato il primo approccio con la pratica dei sacrifici, ancora in uso regolarmente per ricorrenze ufficiali ma anche solo per ringraziare gli Dei. Parshu la nostra guida ci racconta che la sua famiglia di religione induista effettua regolarmente sacrifici di animali (esclusa la mucca perché sacra) in genere capretti e montoni e che quando era piccolo suo padre lo obbligò a bere il sangue dell’agnello appena sgozzato. La mia reazione un pò schifata mi sembra inadeguata in queste circostanze: sono le loro tradizioni, giudicare non ha senso.

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Me ne rendo conto quando visito il tempio della Dea Kali a 20 kilometri da Kathmandu, Dakshinkali Temple: la dea nera a cui i pellegrini dedicano due giorni alla settimana decine di sacrifici di polli, capretti, montoni, maiali è descritta come un essere sanguinario assetata di sangue. Una delle poche Dee di sesso femminile in realtà è venerata dai pellegrini descritta come coraggiosa perchè da sola è riuscita a distruggere il male. Il giorno del sacrificio è il sabato, ma il sangue corre copioso anche il martedì mentre il resto della settimana la quiete torna sovrana al tempio della Dea Kali. Quando raggiungiamo il tempio è giovedì e tiro un sospiro di sollievo poter evitare di vedere il sangue scorrere. Ho letto dei diari di viaggio alquanto sconcertanti di testimonianze di visitatori occidentali al tempio alla vista dei sacrifici e dei metodi utilizzati per uccidere gli animali. Il tempio di trova in un bosco in fondo al letto del fiume. Ci si arriva dopo avere  un sentiero percorso da tante persone, con vesti colorate, affiancate da bancarelle che vendono doni da portare alle dea Kali. Con la guida compriamo collane colorate di fiori, uova, laccetti di cotone colorati, caramelle dolci, tutto dentro un cestino di vimini che riconsegneremo al ritorno. Arrivati in fondo si apre davanti a noi il tempio. E’ piccolo e molto caotico. Da un lato ci sono tante persone in fila con le offerte in mano, dall’altro ci sono persone che hanno già fatto il rito e stanno accendendo incenso e candele di burro, pregando ad alta voce. Ancora più in là c’è una sorta di macelleria a cielo aperto, dove gli animali vengono puliti e cotti per poi essere mangiati sui tavoli del bosco vicino, come se fosse un picnic. Ci togliamo le scarpe, laviamo i piedi, depositiamo i doni in vari siti, bruciamo i petali di rododendro tra le candele di burro.

I bramini raccolgono i fedeli intorno a loro, dispensano benedizioni, segnano la fronte con la tika e legano intorno al polso dei fedeli del filo colorato giallo e rosso. Ci incamminiamo verso l’uscita, suoniamo la lunga fila di campane e campanelle sul ponte, ci rimettiamo le scarpe e salutiamo, ancora un po’ frastornati da questo posto così pieno di spiritualità.

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Destinazione Nepal

Finalmente si parte. Destinazione Nepal, un viaggio organizzato da tempo ma sempre saltato. Questa volta invece si parte. Biglietto aereo e agenzia locale contattata attraverso gli indirizzi della Lonley planet: tra i tanti che ci hanno scritto questa scelta sembra avere il miglior rapporto qualità prezzo.
Fra qualche giorno quei puntini sulla carta, quelle linee, quei colori assumeranno una dimensione, sapori e colori che ora possiamo solo immaginare. L’organizzazione del viaggio è una delle parti più divertenti devi immaginare un percorso, raccogliere informazioni, stanziare un budget e provare a percorrere il tracciato scelto  in anteprima.

Il Nepal non è un paese difficile vive di turismo e i servizi sono di alta qualità oltre ad essere a buon mercato. A differenza di tanti viaggi ad esempio in Africa dove si può rischiare di trascorrere tutto il tempo con il culo sulla jeep, in Nepal le cose da fare sono tantissime dal trekking, al rafting, al safari sugli elefanti oltre alle visite culturali a città meravigliose.

Everest quanto costa una spedizione

E voi come organizzate un viaggio?

La metafora dello zaino, ovvero l’arte di viaggiare leggeri anche nella vita