#Dolomiti, dieci cose da fare oltre a raccogliere funghi

Se pensate che la montagna sia solo raccogliere funghi e noiose passeggiate avete una visione decisamente demodé della vacanza sui monti. Sport, natura, salute, cultura e cucina trovano la loro declinazione tra i picchi e le vallate dove scoprire angoli remoti tra colori, odori, aria pura per staccare e rigenerarsi, ritrovare l’energia giusta per ripartire. Ecco dieci suggerimenti sulle cose da fare tra le montagne più belle del mondo dichiarate patrimonio dell’Umanità dall’Uniesco, le Dolomiti.

Su e giù per i monti in e-Bike 20150725_102243 (2)

Scoprire la montagna in mountain bike può sembrare troppo aggressivo per chi non è un biker allenato. Sgattaiolare tra i sentieri sulla sella di una bici è un’esperienza da non perdere. Il mezzo migliore è l’e-bike, la bici elettrica adatta a tutti anche ai meno allenati per cimentarsi lungo sentieri dolomitici a 2mila metri di altitudine, scegliere i percorsi più o meno adrenalitiici. Le bici sono a 4 velocità (quando inserisci il turbo sembra di decollare) e si possono noleggiarle in un punto e lasciarle in un altro. Fare attenzione alle stazioni dove si possono ricaricare le due ruote altrimenti se si rimane senza carica può essere dura. In Alta Badia da giugno a settembre, è possibile noleggiare una e-bike nei centri noleggio in quota, presso gli impianti del Col Alt, Piz La Ila, Piz Sorega e all’Hotel Armentarola a San Cassiano e in valle presso gli uffici del turismo a Corvara, La Villa e La Valle.

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Un percorso facile è salire con gli impianti a Piz La: Ila per chi conosce queste montagne in versione invernali il riferimento è la partenza della pista da sci olimpica Gran Risa. Si sale a 2000 metri anche con la bici a bordo degli impianti e su strada sterrata si raggiunge il punto panoramico, si scende lungo la strada sterrata fino a raggiungere la parte pianeggiante e si risale a Piz Sorega attraverso i parchi di Movement. .Una pausa obbligata è al rifugio Piz Arlara dove provare lo spritz Zenzo allo zenzero oppure Ugo ai fiori di sambuco.

Il giro del Sella Ronda in e-Bike 

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E’ il giro dei Quattro passi attorno al Sella Ronda che può essere percorso sia sulla strada asfaltata sia lungo i sentieri con la guida. Un’escursione panoramica attorno ad alcune tra le più belle cime delle Dolomiti come il massiccio del Sella, il Sassongher, il Pelmo, il Civetta, la Marmolada, il Sassolungo e lo Sciliar. L’itinerario si snoda lungo le principali località da Corvara, al Passo Campolongo, Arabba, Passo Pordoi, Passo Sella, Passo Gardena, Colfosco per tornare al punto di partenza di Corvara. I sentieri possono essere percorsi sfruttando gli impianti del Dolomiti SuperSummer gli stessi che in inverno si utilizzano con gli sci: collegano 12 valli (Cartina, Plan de Corones, Alta Badia, Val Gardena, Alpe di Suisi, val di fassa, Arabba-Marmolada, Dolomiti di Sesto, Val di Fiemme, valle Isarco, Civetta) lungo 100 impianti con una unica card. Il giro del Sella Ronda più facile si snoda lungo  circa 50 chilometri con un dislivello di 700 metri per arrivare fino a 2200 di altitudine. Il tempo di percorrenza è di crica 3 ore. Il percorso ha diverse  versione in senso orario con dislivelli di 681 metri quindi facilmente percorribile per un biker di medio livello e in senso antiorario più impegnativo con un dislivello da percorrere in bici di 1689 metri itinerari che possono essere fatti in giornata in circa 6 ore tra arrampicate e discese.

Noleggiare una e-Mtb costa 35 euro per adulti e 26 per ragazzi al giorno oppure 22 euro per adulti e 16 euro per ragazzi  mezza giornata. Il Dolomiti supersummer con il trasporto della bici costa 80 euro per tre giorni.

FreeRide, Bici estrema 

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Per chi preferisce cimentarsi con discese e risalite mozzafiato e più adrenalitiche può provare il freeride lungo il nuovo tragitto della pista da sci da passo Gardena fino alla partenza della cabinovia Plans-Frara a Colfosco. Sfruttando gli impianti di risalita si possono raggiungere le vette e lanciarsi in discese mozzafiato. Chi è alla ricerca dell’adrenalina allo stato puro può ad esempio salire con l’impianto del Gardenaccia e raggiungere la pista di freeride. Oppure scegliere l’escursione al parco naturale del Fanes-Semmes-Braies, patrimonio mondiale Unesco. Il giro del Fanes, classificato come escursione difficile, si snoda lungo un percorso di 54,9 chilometri con un dislivello di 2010 metri ed è ideale per ciclisti esperti.

Volare sui monti in parapendio 

Sentire l’ebrezza del vento dall’alto delle montagne più belle del mondo appesi al parapendio. E’ una emozione unica che ricorderete per sempre. Rivolgetevi al Centro volo libero di Corvara. Chiedete di Alex e sarete in mani sicure. Sul parapendio si vola in tandem e il passeggero deve solo godersi dall’alto un panorama mozzafiato. Sembrerà strano ma con più peso, la vela ha più stabilità e può arrivare a portare fino a 230 chili di cui 30 di equipaggiamento. Alex vi spiegherà il segreto del volo, il movimento dei venti per l’abbrivio alla partenza, come sfruttare le correnti ascensionali e volare insieme alle rondini. Non bisogna pensare che ci si libra in aria a centinaia di metri dal suolo facendosi portare da una enorme vela, altrimenti vi tremano le gambe. Ci si imbraga con una tuta fornita dal centro, casco, guanti, scarpe ci si aggancia al parapendio insieme all’istruttore. Si cerca una rupe con il vento che arriva in faccia per potere decollare, tre passi uno due e tre e si vola..

Trekking, tornare coi piedi per terra  

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Tornare con i piedi a terra non è facile. Per chi vuole affrontare la montagna in altri  modi,  le escursioni alpinistiche sono un classico e si può scegliere tra più di 400 chilometri di sentieri preparati e segnalati. Una escursione molto panoramica è quella del Sassongher dove si gode una vista spettacolare su tutti i paesi dell’Alta Badia e sulle cime che lo circondano. Ci si può rivolgere all’Associazione guide alpine in Val Badia..

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Ai tour alpino si possono abbinare le escursioni culinarie dei percorsi GourMete dove i rifugi accolgono gli chef stellati per preparare piatti unici in vetta. Al rifugio Piz Arlara a 2040 dalla terrazza si possono ammirare il gruppo del Sella e del Sasso Santa Croce e degustare il piatto stellato dello chef Matteo Metullo del ristorante la Siriola di san Cassiano: gnocchi di patate su fonduta di Graukase, puccia e insalata di trota al rafano.

Ferrate, scalare a piccole dosi

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Un percorso attrezzato e suggestivo per chi si vuole cimentare nelle scalate è la via ferrata Piz La Lec  che si snoda tra pareti e forcelle, con tratti ripidi e due scale verticali, fino a raggiungere una delle cime più panoramiche del gruppo Sella, un pulpito posto sopra la Val Mezdì con un appicco di quasi 800 metri. Il punto di partenza si trova in prossimità del rifugio Kostner all’arrivo della seggiovia Vallon che si raggiunge da Corvara con la cabinovia Boé, oppure a piedi dal Passo Campolongo salendo per il sentiero n. 638. La discesa si svolge lungo la via normale lungo la dorsale del Piz de Lac seguendo il sentiero che porta alla seggiovia Vallon e alla cabinovia del Boé per ridiscendere a Corvara. E’ obbligatorio affidarsi alle guide.

Climbing, il passaggio Messner sul Sass dla Crusc

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Una delle più celebri scalate delle Dolomiti deve parte della sua fama al suo primo scalatore Reinhold Messner ed è l’arrampicata della Sass dla Crusc – via Messner al Grande Muro (2825 metri), un’enorme bastionata che si eleva verticlale dietro il rifugio S.Croce al di sopra di uno zoccolo di rocce inclinate. Dati tecnici della via Messner: difficoltà prima parte IV e VII: dislivello 300 metri tempo necessario circa 5 ore. L’attacco si raggiunge dal rifugio Sana Croce che si raggiunge in seggiovia, risalendo lo zoccolo fin sotto la parete (un’ora circa). La discesa avviene lungo la cresta sud e si segue il sentiero attrezzato che porta al rifugio (1,5 ore circa).. Anche in questo caso bisogna affidarsi alle guide alpine. Una delle falesie più grandi dell’Alto Adige è a San Cassiano, la Sass Diacia, una parete con vaie inclinazioni ed esposta a tutte le direzione. .

Da monte a valle, l’emozione delle gole in rafting e canoa 

Dalla salita al volo alle gole del fiume. Se volete assaporare la montagna dalla riva del fiume dentro le sue gole, in Val Aurina (Bressanone) il rafting club Active da maggio ad ottobre) organizza percorsi di ogni tipo e per ogni difficoltà: il più impegnativo e il più bello è il percorso in rafting tra la gola della Rienza: 10 chilometri lungo il Rio Pusteria e Bressanone, mezza giornata impegnativa cassificato tra i più difficili tra i tour. Ci sono tour meno impegnativi di due-tre ore in mezzo a un panorama mozzafiato. Oltre al rafting si possono scegliere il canyoning lungo le acque di una gola rocciosa e buttarsi dai massi levigati direttamente nel fiume, l’hydrospeed con il bob fluviale per affrontare le rapide del fiume, al kajak con l’accompagnatore.

Se tutto ciò non vi basta per trascorrere una insolita vacanza montanara potete sempre tornare a raccogliere funghi.

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Le 10 cose da fare a #Expo

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Si può essere d’accordo o contrari all’Expo, ma in tutti i casi va visto perché ha alcuni tratti sensazionali. Forse non è del tutto coerente con i messaggi tra cui il principale “Nutrire il pianeta, energia per la vita“, ma costringe a pensare ad un tema quello dell’alimentazione su cui spesso si è troppo distratti o condizionati dalla pubblicità. la visita comincia dal Padiglione Zero tra i più belli dell’esposizione che per dirla con le parole del suo realizzatore Davide Rampello, “è un racconto che parte dalla memoria dell’umanità, passa attraverso i suoi simboli e le sue mitologie, percorre le varie fasi dell’evoluzione del suo rapporto con la Natura, dall’azione di addomesticare il mondo animale e vegetale all’invenzione degli strumenti della lavorazione e della conservazione, e arriva fino alle forti contraddizioni dell’alimentazione contemporanea. Un percorso emozionale che da racconto universale si fa storia individuale”. Tra le contraddizioni illustrate quello dello spreco alimentare e della speculazione finanziaria sulle materie prime.  Nulla, però, si dice come si sia passati dall’agricoltura all’industrializzazione alimentare, allo sfruttamento e alla malnutrizione e soprattutto nessuna soluzione su come nutrire il pianeta. Ognuno può costruirsi il suo percorso a seconda dei propri interessi: un consiglio, Expo non è una fiera del turismo o della ristorazione, cercate i contenuti offerti dai diversi padiglioni, non è sempre facile e questa è la mia proposta.

Per trovare un padiglione con forti contenuti, primo fra tutti il dramma della malnutrizione, visitate il padiglione della  Corea del Sud:  una esposizione dentro e fuori la struttura ci parla delle contraddizioni tra obesità e chi muore di fame e della necessità di tornare alle tradizioni per limitare i danni dell’industria alimentare con i cibi inscatolati senza controlli: forte il messaggio sulla messa al bando del cibo spazzatura, McDonald non è molto lontano da lì.Un orto verticale per le città del futuro è la proposta della Corea del Sud. Non è l’unica anche gli Stati Uniti e Israele propongono di utilizzare gli spazi verticali per gli orti urbani.

I cluster sono un angolo di riflessione sulle diverse filiere alimentari e sono un’occasione per conoscere come alcuni cibi arrivano sulle nostre tavole: caffé, cacao, cioccolato, riso, cereali, spezie, frutta. Sono anche l’occasione per raggruppare insieme quei paesi che da soli non avrebbero avuto le risorse finanziarie per partecipare ad Expo. Interessanti, ma di difficile lettura con l’eccezione della mostra fotografica di Salgado sul caffé (vedi foto in pagina). Manca però uno sforzo didattico, nulla di interattivo per conoscere i processi di produzione, bisogna sforzarsi a leggere dei pannelli di difficile fruizione: da non perdere il cluster del riso per capire come nasce e si sviluppa.

Cercate il cluster della biodiversità mediterranea: Sicilia, Tunisia, Grecia, Algeria, tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono rappresentati qui. Non perdete il backery siciliano (il migliore come rapporto qualità prezzo) da consumare con un picchiere di vino locale e il cous-cous della Tunisia con dolcetti di mandorla ottimi. Difficile da trovare è invece il parco della biodiversità con l’unico ristorante biologico di Expo: una panoramica sulla vegetazione mediterranea le cui oasi si stanno riducendo a causa dell’edificazione.

Non perdetevi il padiglione dell’Azerbaijan: è costruito da giovani architetti di uno studio milanese ed ha un concept che mette insieme i valori di un paese che vuole mettersi in mostra nei migliori dei modi senza dimenticare i messaggi legati ad Expo. Filmati, percorsi interattivi, giochi di luce e di musica: uno spazio elegante che coniuga bellezza e contenuti.

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Uno stand italiano ricco di contenuti è quello di Coldiretti: un po’ difficile da trovare. ubicato sul cardo dal lato opposto del Padiglione Italia, ma ne vale la pena. Scoprirete tanti prodotti sconosciuti, come il mais blu che rinasce a Cornate d’Adda, in provincia di Monza Brianza, un prodotto benefico per l’apparato circolatorio e che arriva dalla tradizione agricola degli antichi Incas. Oppure la patata viola, il riso rosso, i tanti cereali dimenticati e ora riscoperti. Da non sottovalutare l’happy hour che inizia alle 18 offerto ogni settimana da una regione diversa. Imperdibile.

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Qualche consiglio per mangiare a Expo: premesso che è caro (si mangia su piatti di carta e si utilizzano posate di plastica), mettete in conto non meno di 20 euro per un piatto e per bere qualcosa. Il padiglione peggiore per mangiare è quello francese tristissimo, baguette smilze con una fettina trasparente di formaggio o prosciutto cotto, pan brioche per la modica cifra di 5 euro. Se volete restare sul panino consiglio il padiglione della Bielorussia con sei euro ottimo sfilatino con salmone e volendo si può pasteggiare a vodka. Fiumi di birra Pilsner Urquell dalla Repubblica Ceca, da provare anche i wafer originali ovali. Il Giapponese è caro la fila è tanta e il riso è scotto. Cercate i padiglioni dove si possono mangiare cibi inconsueti: come all’Ecuador involtini di palma, quinoa, frullati fantastici.  Oppure i truck food dove degustare insalate di cereali, Ramen oppure haburger vegetariani.Se volete restare sul locale,  Eataly rimane il migliore con piatti consigliati da 20 diverse regioni ma per meno di 10 euro trovi poco: al massimo una piadina ottima con il formaggio fresco e la rucola allo stand dell’Emilia ovviamente, oppure a quello della Sardegna il pane carasau e il dolce al cioccolato con peperoncino e salsa di mirto (entrambi per la modica cifra di 15 euro inclusa bottiglietta di acqua).  C’è chi si porta da mangiare da casa, ma se non mangi che ci vai a fare all’Expo? 

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Mi dispiace dirvelo, ma al ristorante della famosa catena alimentare americana che fa hamburger si fa la fila, come si fa a venire a Expo e mangiare cibo spazzatura? Naturalmente padiglione in bella vista, impossibile non vederlo. Provate ad andare a cercare il padiglione del biologico nascosto in fondo al decumano in decima fila con ristorante biologico di Alce nero ottimo, ci saranno stare sette persone all’ ora di punta, senza parlare di Slow food i poverini sono gli ultimi, per trovarlo devi farti chilometri e chilometri, tutto ciò mi lascia stupita

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E ora parliamo del cibo del futuro: scordatevi la tradizionale pastiera, la macchinetta per fare la pasta in casa, maccheroni, rigatoni, spaghetti si faranno con la stampante 3D, Si potrà inventare anche la forma preferita della pasta. Si mangeranno scorpioni e termiti, si coltiverà il mare e i supermercati daranno le info in tempo reale sugli alimenti. Le previsioni indicano nel 2050 una popolazione mondiale di quasi 6 miliardi di persone e il cibo scarseggerà. Ecco allora il cibo del futuro: scorpioni alla vodka oppure ricoperti di cioccolato, vermi e termiti. La terra scarseggia già, gli ettari coltivabili con l’urbanizzazione e la desertificazione saranno sempre meno: allora si coltiverà il mare, ecco la fattoria galleggiante, già costruita su un’isola delle Maldive. Il cibo del futuro si trova vicino al padiglione Coop.

Solidarietà con il Nepal che pochi giorni prima dell’avvio di Expo il 25 aprile ha subito uno terribile terremoto che ha ucciso più di 7mila persone e distrutto città meravigliose patrimonio dell’Umanità. Non perdete il padiglione terminato anche grazie l’aiuto degli operai italiani che hanno lavorato gratis per consentire di aprire in tempo per l’inaugurazione. La solidarietà passa anche da qui: sul decumano una techa raccoglie le offerte per aiutare le popolazioni del Nepal.

Dalla solidarietà alle meraviglie del Cirque du Soleil con lo spettacolo Alla vita! progettato in esclusiva per Expo. Un’ora di acrobazie circensi che lasciano senza fiato, tutto giocato sul tema del cibo. Lo spettacolo dura un’ora e il biglietto costa 25 euro, ma ne vale la pena. E poi andare di sera a Expo costa solo 5 euro e il divertimento è assicurato.

Kathmandu la città dei templi

Molti di questi monumenti patrimonio dell’Umanità e che troverete in questo post non potranno più essere visitati perché spazzati via dal terremoto. Un disastro per questa popolazione gentile e fiera nella sua semplicità che vive nella pace e nella tolleranza #prayforNepal

ViaggioSlow

Un viaggio di 17 ore per atterrare in un altro secolo. L’arrivo all’aeroporto di Kathamnadu e’ gia’ da solo un viaggio nel tempo. Citta’ al buio – l’elettricita’ c’e’ soltanto otto ore al giorno – strade dissestate e il centro della citta’, il Thamel la zona degli alberghi e dei ristoranti, é un brulicare di turisti. Per fortuna alberghi e ristoranti hanno generatori autonomi che garantiscono elettricita’ e acqua calda 24 ore al giorno, una condizione non sempre scontata.  La capitale del Nepal lascia attoniti non solo per le difficolta’ iniziali, a cui ci si abitua in fretta.aLazzaro cultura, la tolleranza della gente, le usanze sono un mondo a parte. Cremazioni e sacrifici agli Dei sono serviti a pranzo e a cena con naturalezza perche’ “tutto passa e nulla è per sempre” recita uno dei mantra spesso ripetuto. Lascio a voi rifletere, io l’ho già fatto.  

Le ruote delle preghiere

Sintetizzare una città…

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Dall’alto del tetto del mondo

ViaggioSlow

Se qualcuno vi dice che il trekking sull’Annapurna, in Nepal  e’ facile vi sta raccontando balle. Anche per chi e’ mediamente allenato questo percorso che si snoda tra villaggi Gurung e Newari e’ talmente impegnativo che qualche volta ti viene da piangere: si scalano per ore gradini di pietra senza vederne la fine, almeno la meta’ del percorso e’ fatto di scale che scendono e salgono ovunque. Sei talmente concetrato che non hai neppure il tempo di guardarti attrono. Certo non e’ un trekking impossibile, nessuno tra i trekkers che abbiamo incontrato e’ tornato indietro, se non per motivi meterologici, ma questa scalata (nel senso delle scale)  diventa quasi un percorso mistico, il piacere di raggiungere una meta per il gusto di raggiungerla e soprattutto per mettere alla prova se stessi e la propria resistenza fisica e mentale.

La guida diventa fondamentale  quasi un personal trainer che ti consiglia la…

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Tokyo che non ti aspetti

Yanaka, una passeggiata nella vecchia Tokyo

C’è un angolo di Tokyo che non ti aspetti: è il quartiere di Yanaka a nord della città alle spalle del parco di Ueno. Sopravvissuto alle bombe della seconda guerra mondiale e ai terremoti, Yanaka è un quartiere ad alta densità di vecchi edifici e di templi in legno. La riconoscete perché qui il tempo sembra si sia fermato: in Yanaka Ginza, la Tokyo degli anni 50, è un sovraffollato agglomerato di bancarelle che dà l’impressione di un villaggio più che di una grande città. I grattacieli sono all’orizzonte e le case sono tutte ad un piano, in legno, con le piante di bambu per proteggere dai curiosi.

La scalinata animata dai gatti del quartiere diventati un simbolo del quartiere vi assicura che siete nel posto giusto: qui potete camminare tranquilli, non c’è traffico, i negozietti vendono qualsiasi generi di cibo dalle crocchette di pollo, al pesce, oppure potete sorseggiare un thé o fermarvi in un bar a bere una birra.

Un groviglio di negozietti tra le strade animate solo da bici e passanti questa è la Tokyo anni 50

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Uno storico negozio di the dove potere acquistare qualsiasi tipo di the verde originali

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Per raggiungere Yanaka si prende un simpatico bus pubblico il Mengurin al parco di Uedo: con 100 yen si può percorrere in senso circolare il parco e la zona di Yanada. Un simpatico modo per scoprire questa zona così particolare

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 I templi non mancano mai se ne trovano ad ogni angolo delle strade

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A piedi nudi nel parco di Ueno, scegli il tuo tempio  

Ueno è il centro culturale di Tokyo dove si possono visitare i principali musei della città tra cui il museo nazionale di Tokyo il più grande del paese, ma soprattutto è un tuffo tra templi shintoisti e buddisti, ma si possono trovare anche ristoranti, bar, lo zoo, un laghetto per dare al tutto un’atmosfera tradizionale.

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Questo tempio rosso (kannon-do) è una delle strutture più antiche di Tokyo: fu fondato nel 1631 ed è sopravvissuto ad ogni genere di intemperie e di disastri.

5673I leoni insieme ai draghi sono gli animali ricorrenti e simboli in molti templi shintoisti

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Dai templi shintoisti a quelli buddisti

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Le guardie del parco (tutti volontari), armati di ramazze e palette,  controllano la pulizia dei templi e dei giardini

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 Leggi anche Tokyo in 10 mosse 

Tokyo in 10 mosse

Siete a Tokyo e avete poco tempo per visitare una città così complessa e straordinaria? Ecco in dieci mosse che cosa fare nella capitale del Giappone senza farvi prendere dal panico e dall’indifferenza dei suoi abitanti. Sappiate che non è vero che i Giapponesi si infastidiscono se vedono i turisti: provate a perdevi a Roppongi oppure a Akhabara e vedrete che saranno gli stessi locali a tirarvi fuori dalle secche.  Dovete armarvi di pazienza ed essere pronti ad alzarvi all’alba. Anzi no molto prima.

Ore 04:00 Mercato del pesce             di Tsukiji

L’asta per la scelta dei tonni

E’ una delle esperienze più affascinanti, ma dovete alzarvi molto presto e adesso vi spiego perché. Questo è il mercato più grande del mondo dove i tonni arrivano da ogni angolo della terra (anche dall’Italia) e sono venduti a prezzi da capogiro: un pesce può costare anche 20mila euro. Ma non ci sono soltanto i tonni, pensate che arrivano ogni giorno più di 2500 tonnellate di pesce. Ogni mattina viene fatta l’asta e si può assistere se si è tra i primi 120 che si presentano al mercato entro le 4 del mattino. Non ci si può prenotare in anticipo quindi dovete farvi trovare sul posto. Se riuscirete a superare questa prima barriera si avrà la possibilità di assistere all’asta alle 5 e alle 5:30. Non costa nulla, ma ormai il mercato del pesce è diventato un’attrazione turistica e troverete tante persone al mattino a fare la fila davanti ai negozietti di pesce che già all’alba preparano il sushi per gli avventori.  Il mercato del pesce si trova nella zona centrale di Tokyo al quartiere di Ginza, entroil 2015  verrà traslocato alla baia di Tokyo in una nuova area bonificata ma perderà il fascino che ha ora.5405 5350

Quindi se avete la possibilità andate a vederlo, fatelo: se siete fuori la sera potete fare una no stop oppure prendere un taxi al mattino perché a quell’ora non ci sono metro. Anche se non arrivate per l’asta potete girare nella parte esterna del mercato (quello generale apre al pubblico alle 09:00) piena di negozietti e di kioschetti che preparano al momento sushi, uramachi, rame, sopa, tempura vere specialità che potete degustare al momento. Davanti ai kioschetti più famosi potete trovare decine di turisti che attendono di fare colazione a base di pesce fresco. Ma non vi fate impressionare: anche gli altri posti sono sicuri è sufficiente accertarsi che siano frequentati dai locali.

ORE 08:00   Templi e preghiere           il Senso-ji

Dopo questa levataccia il prossimo obiettivo è il tempio di Senso-ji considerato la casa spirituale dei suoi antenati oltre ad essere il tempio più antico della città fondato mille anni prima della comparsa di Tokyo.  Dal mercato del pesce a Ginza sulla stessa linea della metro fino alla stazione di Asakusa, uscita 1. Affrontare la metro a Tokyo è un esercizio spirituale Zen. Per chi ha consultato le piantine delle metro di tutto il mondo, vedere quella di Tokyo mette l’ansia.20150305_153344

E’ una rete infinita di linee di tutti i colori, fino a dieci anni fa con le indicazioni soltanto in giapponese. Impossibile da affrontare. In questa operazione di apertura al mondo esterno che lo stesso governo sta sostenendo per incentivare il turismo, ora le stazioni sono anche in inglese. Per potere girare comodamente ci sono delle tessere ricaricabili che possono essere utilizzate anche per piccolo acquisti come le bevande alle macchinette. Attenzione a quello che buttate: a Tokyo non esistono i cestini della spazzatura perché non sono considerati eleganti e la raccolta differenziata è una cosa seria

Cogliere lo spirito giapponese è molto difficile: se visitate i suoi templi 5566 5555qualcosa potete capire. Ad esempio si rivolgono al tempio per ogni necessità di studio di lavoro, di amore. Queste bandiere rosse ad esempio sono state collocate davanti ad un tempietto per chiedere agli Dei di avere successo nel lavoro e nel business. In Giappone convivono diverse religioni le più importanti quella buddista e quella shintoista. Troverete entrambi i templi e presto riuscirete a riconoscerli per come i fedeli approcciano il tempio. E’ un complesso maestoso,pieno di suggestioni, i fedeli rincorrono il fumo dei rametti di incenso nelle censiere perché secondo la tradizione il fumo dell’incenso dona salute.5569

Tra templi e pagode si snoda la via dello shopping piena di gente a tutte le ore e dove si può fermarsi per riposare e degustare i biscotti di pasta di riso ripieni di crema di fagioli rossi ,iTaiyaki fatti al momento. Non perdetevi il rito degli omikujii i bigliettini con l’oracolo della fortuna: davanti all’edificio principale scuotete il barattolo di argento ed estraete un bastoncino, leggete  il numero, poi prendete il foglio con l’oracolo nel cassetto corrispondente: se la predizione è negativa potete “salvarvi” legando il bigliettino alla rastrelliera, chiedete agli Dei di avere maggiore fortuna e tentate di nuovo la sorte.

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Ore 10:00 Vedere Tokyo dall’alto 

Se vi siete rifocillati e entrati un po’ nel clima giapponese è ora di vedere la città dall’alto. Siete nel quartiere di Asakusa più tradizionale con grattacieli e centri commerciali che si snoda lungo il fiume per poi immettersi nella baia. Salite sul taxi e fatevi portare alla Tokyo Tower non lontano dal tempio.In lontananza vedrete una torre già conosciuta quella di Parigi la famosa Torre Eiffel: ebbene a Tokyo ne hanno costruita una simile ma ancora più alta di circa dieci metri e i Giapponesi ci vanno molto fieri. Nella foto si può vedere uno scorcio della parte est con il World Trade Center, il Toshiba building, il Rainbow bridge e il Fuji Tv. In cima anche un piccolo tempio shintoista per chiedere agli dei successo nell’amore e negli esami, infatti è pieno di studenti, così in alto gli Dei potranno ascoltare meglio. ll costo per salire sul primo piano della Tokyo Tower è di 820 yen mentre per salire all’ultimo piano si pagano 1420 yen. Se eventualmente non volete spendere soldi per vedere il panorama, visitate la mia guida alle attrazioni di Tokyo gratis, in cui vi invito a guardare il panorama dal Tokyo Metropolitan Government Office.

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Ore 12:00 Una passeggiata nel parco tra templi e gallerie d’arte

Per il pranzo portatevi fino al parco di Ueno dove potrete trovare di tutto come degustare una tempura o un sushi davanti a uno dei numerosi templi che si snodano nel più antico parco della città, cuore culturale di Tokyo. Qui potete passeggiare tra i templi buddisti e shiontoisti, tra pagode ma anche visitare gallerie d’arte come il Museo nazionale di Tokyo. Il parco si trova all’uscita della metro JR Ueno; qui un kiosco dell’ufficio del turismo potrà fornirvi una mappa del parco.

Museo nazionale di Tokyo

Museo nazionale di Tokyo

E’ un posto che non ti aspetti tra modernità e tradizione: qui è concentrato un gran numero di musei (Museo Nazionale di arte occidentale, Museo nazionale di della natura e della scienza, Museo metropolitano di arte di Tokyo) fino al Museo Nazionale di Tokyo che racchiude la maggior collezione di arte nipponica del mondo: si può scoprire l’arte misteriosa del te, conoscere qualcosa in più dei samurai e della corte imperiale. Un viaggio nei secoli in una cultura a noi così lontana.Lo Ueno-Koen è attraversato da sentieri che si snodano tra templi, santuari, laghetti di ninfee uno zoo, Il parco ha la fama di essere il luogo per eccellenza per lo hanami la contemplazione dei ciliegi in fiore che sbocciano ogni anno attorno alla fine di marzo. E’ una mania quella dei  giapponesi per i cherry trees: esistono siti  web in grado di prevedere la fioritura degli alberi n ogni zona del Giappone: quest’anno la data fatidica è fissata il 26 marzo.

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Ore 16:00 Shopping a Ginza 

Prima di buttarvi nello shopping sfrenato della quinta strada giapponese ovvero Ginza fermatevi a Uedo a degustare qualche specialità locale a base di pesce o carne. Nel parco potrete trovare ristorantini dove degustare la Sopa (tagliolini di grano saraceno serviti caldi o freddi), yachitori (spiedini di carne), l’unagi (l’anguilla) servita in una miriade di modi. All’uscita del parco potete ritornare alla metro e prendere la direzione per Ginza. Ci sono diverse opzioni la linea Ginza (gialla) oppure la JR per Yurakucho.

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A Ginza potete sbizzarirvi: dai negozi tradizionali dove apprendere l’arte del riso o acquistare un bonsai, ai brand del lusso molti dei quali italiani. Armani ad esempio ha un intero palazzo disegnato dall’architetto Fuksas. Ci sono grandi mall generalisti oppure dell’high tech come Big camera: entrare sembra di essere parte di una scena del film Blade Runner. E poi ci sono le marche low cost che con la crisi fanno furore come Uniclo e Muji. Tutti corrono qui a Ginza e tutti vi sorridono si inchinano con una cordialità imbarazzante. In effetti hanno ragione a considerarci degli incivili. Per una pausa potete scegliere il Café Kinohana frequentato da John Lennon e Yoko Ono.

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Tweatro Kabuki in Ginza

Tweatro Kabuki in Ginza

Café Kinohana dove andavano John Lennon e Yoko Ono

Café Kinohana dove andavano John Lennon e Yoko Ono

Abu Dhabi, dalle dune di sabbia ai grattacieli

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Arrivare ad Abu Dhabi lascia frastornati: non riesci a capire dove finisca la città e inizi il deserto, i grattacieli salgono fino al cielo ma sembrano stare in piedi su piedi di argilla, non c’è un centro di riferimento se non la moschea che per quanto bellissima è abbastanza scomoda da raggiungere. Rispetto ad Dubai, la capitale è meno chiassona, meno lustrini e più concreta: in piena crisi quando la città dei grattacieli, delle isole a forma di palma, degli immensi centri commerciali, piste da sci al coperto e lussuosi resort stava affogando nei debiti, a salvarla fu appunto Abu Dhabi. Un aiuto costato parecchio a Dubai che ora è costretta a dipendere interamente dalla capitale anche politicamente. A un’ora di macchina in direzioni sud, la ricca città petrolifera, capitale del paese e della Federazione dei sette emirati arabi, si sta affermando come centro per la cultura, lo sport e il tempo libero. Al di fuori dei suo confini si estende il vasto deserto di Rub al-khali, chiamato anche Quarto Vuoto, nella regione dell’Al Gharbia, il secondo al mondo per estensione dopo il Sahara.

2014_0103etna0292Rispetto agli altri Emirati della Federazione, Abu Dhabi vanta una superficie sterminata l’87% del paese, la gran parte occupata dal deserto. La popolazione è poco più di 1,6 milioni di abitanti, ma almeno l’80% è straniero in prevalenza indiani, nepalesi, filippini, pachistani che vengono qui per lavorare per pochissimi dhiram al mese. Sono i nuovi schiavi: lavorano sette giorni su sette e dopo un anno hanno il diritto alle ferie, ma fino a quel momento solo lavorare. Non ti va bene? puoi andartene tanto dopo di te decine di altri disperati stanno cercando lavoro.

Ora non pensiate che la città offra grandi attrattive nel senso comune del termine: quasi tutti coloro con cui ho avuto modo di parlare il leit motiv è “Qui non c’è niente da fare”. In effetti la vita qui si svolge dentro i grandi alberghi dove si possono trovare tutti i confort, ottimi ristoranti, campi da golf, tennis, spa e palestre. Ma fuori è difficile muoversi: esistono i pulman molto puntuali, ma dal momento che i taxi costano poco è meglio non impazzire. Inoltre, se si decide di avventurarvi a piedi, attenzione perché attraversare le strade è impossibile in quanto non è previsto l’attraversamento dei pedoni, ci sono dei sottopassi ma ad una distanza di circa un chilometro l’uno dall’altro. Un problema per la città come dimostrano i numerosi articoli di giornale che trattano l’argomento. Che dire?

Il giro classico della città inizia dalla splendida moschea Sheikh Zayed Grand Mosque inaugurata nel 2006 con le cupole che ricordano il tempio indiano Taj Mahal. La guida bulgara non manca di osservare che a costruirla è stata un’impresa italiana (la Salini Impregilo) e il design è di uno studio di architetti milanese. Questo semplice dettaglio, non di poco conto, fa capire subito che qui gli italiani piacciono parecchio: l’eleganza, il marmo bianco abbagliante italiano,  gli interni con 200 lampadari di cristalli veneziani e Swarosky, il tappeto più grande del mondo su cui 40mila fedeli possono trovare spazio per pregare, 80 cupole di marmo, mille colonne e quattro minareti tutto questo fa della moschea di Abu Dhabi una delle  dieci più grandi al mondo.

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La moschea a differenza di altri luoghi di culto simili è visitabile anche dai non mussulmani, ma bisogna attenersi al dress code che vieta gonne troppo corte per le donne che devono entrare con il velo in testa e calzoncini per gli uomini.

Il paese si è costituito da 43 anni, ma fino a 50 anni fa Abu Dhabi era poco meno di un villaggio di pescatori dediti alla pesca del pesce e delle perle: per vedere come era la vecchia città si può visitare Heritage village dove sono stati ricostruiti un forte, la moschea, il suq e un accampamento beduino con le tende e gli animali. Così si viveva prima della scoperta del petrolio all’inizio degli anni ’30, un paese che prima di allora viveva di datteri, cammelli, perle e pesce nulla di più. Oggi per competere con le capitali Occidentali deve importare tutto dalla tecnologia alle infrastrutture, al cibo. Lo skyline che si staglia dall’Heritage village dà il senso del progresso ancora in atto. Per riscoprire le relative antiche tradizioni, c’è una visita in mare insieme ai raccoglitori di perle con tanto di omaggio di perla es2014_0103etna0252tratta dalla conchiglia

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(molto turistico costa circa 120 euro); oppure si può navigare lungo le acque attorno alla città all’interno del parco di mangrovie per la modica cifra di 80 euro un’ora. Difficile trovare informazioni, ma tutti gli imbarchi si trovano sulla corniche, il lungo mare cittadino, basta chiedere a un tassista e vi porterà lui. Le escursioni sono molto turistiche come i “desert safari” tutti falsi e cari non meno di  200 euro per mezza giornata: sappiate che siete circondati dal deserto quindi è come fare una scampagnata fuori porta. Molto meglio prendere un bus alla stazione centrale (per la modica cifra di 35 dhiram) e dirigersi verso il deserto di Liwa oppure verso la città di Al Alin dichiarata patromonio dell’Umanità dall’Unesco.

La Gioconda rivisitata

La Gioconda rivisitata

In genere quando visitiamo una città che non conosciamo cerchiamo i luoghi che hanno fatto la sua storia e la sua cultura. Ad Abu Dhabi, invece, succede il contrario in quanto si visita quello che sarà. Ecco allora che non può mancare una escursione al futuristico centro culturale sull’isola di Saadiyat, il cultural district dove  entro il 2017 (così dicono) troveranno spazio una dependance del museo di Louvre di Parigi, il Guggenheim museum, lo Zayed National Museum quest’ultimo ideato dal famoso architetto di fama mondiale Norma Foster. Non che gli altri architetti che si stanno dedicando agli altri musei siano meno importanti: si va dall’architetto francese  Jean Novel, all’architetto tedesco Frank Gehry a cui si deve gran parte della nuova Berlino costruita dopo la caduta del muro del 1989. Per ora i lavori sembrano ancora indietro, ma intanto la cupola del Louvre è quasi completata. Sull’isola troveranno spazio centri residenziali da favola, ospedale, marine: il petrolio prima o poi finirà e la diversificazione passa quindi da qui. Se andate a guardare le foto degli avanzamenti dei lavori vedrete che stanno costruendo tutto sulla sabbia dove prima era il nulla.

Il Viceroy hotel a forma di disco volante

Il Viceroy hotel a forma di disco volante

Un’altra isola artificiale è Yas Island di fatto un grande parco giochi per grandi e per bambini. Sull’isola si trovano i migliori alberghi di Abu Dhabi (ma si può dormire anche con 80 euro la notte in un ottimo albergo) come il Viceroy Resort, tutto in vetro e luci che si illuminano di notte con il tetto a forma di disco volante. Yas Island è diventata sinonimo di Formula Uno da

L'entrata del Ferrari world center

L’entrata del Ferrari world center

Un selfi davanti alla Ferrari

Un selfi davanti alla Ferrari

quando nel 2009 è stato inaugurato il circuito di Marina circuit che passa letteralmente sotto il Viceroy e dalle camere si può assistere alla corsa delle monoposto. Qui c’è anche il magnifico Ferrari World Center, un tripudio delle rosse di Maranello così amate da queste parti: si narra che lo sceicco di Abu Dhabi comprò in un colpo solo 80 Ferrari da regalare ad amici e parenti. Si sale a bordo di una Ferrari e si spicca il volo sulle montagne russe e una volta scesi si può mangiare un piatto di tagliatelle emiliane con la sfoglia fatta a mano (organizzano anche show cooking). Per anni il fondo sovrano di Abu Dhabi, Mubadala ha sponsorizzato le rosse Ferrari così come la compagnia aerea emiratina Etihad ora entrata in Alitalia con il 49 per cento. L’eccellenza del Made in Italy fa sempre capolino tra le dune e i grattacieli di questa città sospesa tra passato e futuro. Imperdibili le spiagge di Yas island dove provare la schisha una specie di nargilé locale. Il modo migliore per visitare Yas Island è utilizzare il pulmino gratis che fa tutto il giro dell’isola fermandosi ai centri più importanti.

Il bancomat che eroga lingottini d'oro

Il bancomat dei lingottini d’oro

Se avete voglia di fare un giro in città, una passeggiata sulla corniche il lungo mare cittadino, può essere carino ma sappiate che non c’è un granché da fare. Se volete vedere il lusso all’ennesima potenza da vistare l’Empire Resort a fianco c’è il nuovo palazzo reale in costruzione, in stile moschea con marmo abbagliante: all’Empire da ammirare il bancomat che vende lingottini d’oro e il cappuccino spolverato di polvere anche questa d’oro. Di fronte all’Empire potete salire sull’Etihad tower da dove avere una panoramica dall’alto di Abu Dhabi. Da qui si può mangiare o prendere un caffé guardando dall’alto. Per lo shopping cercate il suq al World Trade Center vi divertirete.

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Empire Resort

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Un concorso di bellezza di cammelli nel deserto

Avete mai sentito parlare di un concorso di bellezza per cammelli? Succede ogni anno al festival di Al Dhafra  a Madinat Zayed un’oasi nel deserto del Al Gharbia a 220 chilometri da Abu Dhabi. In mezzo alla sabbia per due settimane (quest’anno dal 20 dicembre 2014 al 1 gennaio 2015) più di 5mila cammelli si danno appuntamento e a contendersi il primato sono due razze: i cammelli Asayil e i Majaheed. I primo sono originari dell’Oman e degli Emirati arabi e hanno il manto bianco i secondi arrivano dall’Arabia saudita e sono scuri, come quelli della foto. Nel corso delle giornate del festival ci sono circa una settantina di aste durante le quali le due categorie di cammelli vengono valutate dai giudici in base al colore del manto e all’età. Quello del concorso di bellezza non è l’unico appuntamento del festival: ci sono le gare di cavalli, dei falchi (una vera passione per questo popolo) dei cani saluki, e poi ancora il concorso per i migliori datteri, le migliori stoffe, le auto d’epoca insomma qualsiasi occasione è buona per mettere in luce le tradizioni beduine, l’etnia di origine delle popolazioni degli Emirati arabi.

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Mi sono imbattuta nel festival di Al Dhafra percorrendo l’unica strada che porta verso il sud all’oasi di Liwa in pieno deserto dove regnano indisturbate da secoli le piantagioni di datteri. Una fortuna perché ogni anno il festival cambia periodo e un’occasione unica per potere avvicinarsi a questo festival di colori perché oltre ai cammelli e ai cavalli, le tradizioni beduine sono esposte in bella mostra nei suq tradizionali: stoffe, vestiti, teiere e bicchierini per il te e poi i datteri una vera specialità con cui si fanno buonissime marmellate e un dolce servito con una crema di caramello da mille calorie. Nella spianata dove vengono allestiti i recinti per gli animali in concorso trovano spazio anche le stalle e le aree adibite agli accompagnatori e agli stallieri, tante persone che per due settimane resteranno qui in mezzo al deserto, al caldo in attesa del proprio turno. Storicamente, i cammelli erano il simbolo della ricchezza di una tribù e di potenza, oltre ad essere utilizzati per il latte, il trasporto e per altri scopi.

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Che cosa rende bello un cammello? Basta chiedere a qualsiasi delle centinaia di proprietari che affollano il concorso di bellezza. “I giudici sono alla ricerca di cammelli con i grandi capi, ampi colli, orecchie ditta, larghe guance e grandi baffi” spiega Ali Al Mansouri, proprietario di un cammello. “Il corpo deve essere lungo, la gobba e la parte posteriore grande, anche il colore e la postura sono importanti.”  Ogni giorno si svolgono cinque competizioni di Asayel e quattro di Majahim. Ogni gara inizia con 100 cammelli, da cui i giudici scelgono i 50 più belli, poi il campo si restringe a 10. I possessori del top 10 riceveranno premi tra cui auto di lusso e denaro tra Dh18,000 e Dh30,000 (tra i 3mila e 7mila euro). Il proprietario ha la responsabilità di  mantenere i cammelli in perfette condizioni perché quelli con una malattia della pelle non hanno alcuna chance per competere.

Verso l’Oasi di Liwa  nel deserto del Rub al-Khali  

2014_0103etna0220Il concorso di bellezza dei cammelli l’ho incontrato sulla strada per l’oasi di Liwa a 330 chilometri da Abu Dhabi. Ero partita dalla stazione centrale con l’autobus X60: trovare indicazioni è difficilissimo. Questo mezzo parte alle sette del mattino con una frequenza di ogni due ore e impiega circa tre ore e mezzo per arrivare a Mezaira’a, la cittadina, se così si può dire, di due strade in croce in mezzo alla sabbia. Non sono eccessiva se vi dico che è il nulla assoluto solo dune di sabbia e piantagioni di datteri che macchiano di verde il giallo della sabbia. L’arrivo è un scioccante perché sull’unica strada di negozi fulcro delle attività si trovano soltanto prodotti per il campo e per l’edilizia, il suq a fianco vende ancora meno. Però si può bancomat e una stazione di servizio sono a portata di mano. Più scioccati di noi era una coppia lituana anche loro sull’autobus. Insieme abbiamo deciso di condividere l’unico taxi della zona, guidato da un pakistano che a vedere queste orde di turisti (quattro) si è spaventato. Cicciotello accaldato a malapena ci ha dato qualche indicazione: volevamo raggiungere il forte, unica attrattiva della zona insieme alla fantastica duna del Moreeb Hill detta la “montagna spaventosa” che con i suoi 300 metri è considerata la duna più alta del mondo, l’unica vera attrattiva di Liwa, famosa per essere la patria delle famiglie reali, gli attuali sovrani di Dubai e Abu Dhabi.

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Saliamo sul taxi e percorriamo una ventina di chilometri per raggiungere il forte. Il paesaggio è incredibile: siamo nel vasto deserto saudita di Rub al-Khali (il Quarto vuoto)  che ha una superficie come la Francia, la Svizzera e il Belgio messi insieme, creato quando Allah suddivise l’universo in quattro: cielo, terra, mare. Il quarto spazio rimase vuoto, era il Rub al-Kali. Soltanto il Sahara lo supera per estensione e il vuoto si riferisce al fatto che questa vasta porzione arida della Penisola Arabica, ricca di petrolio, è inabitabile.

La torre del forte di Liwa

La torre del forte di Liwa

Arriviamo al forte aperto ai visitatori anche perché dentro non c’è nulla. Salendo sulla torre si può ammirare la distesa del deserto che si perde a vista d’occhio. Sono almeno otto i forti dislocati nel deserto costruiti tutti nell’ottocento dalla tribu di Bani Yas per protezione e dare un senso di autorità alla comunità. Non c’è molto di più da vedere quindi riprendiamo il taxi che ci stava aspettando e torniamo in città, si fa per dire. Qui la nostra strada si separa da quella dei lituani perché ci aspetta una notte nel deserto. Il nostro albergo il Liwa hotel è l’unico della zona. Si trova in cima a una immensa duna che domina il deserto: ci accompagna il nostro taxista fidato che ormai non ci molla più e la prima impressione è molto positiva: il resort dispone di tutte le comodità con piscina, spa e palestra (rigorosamente separate quella degli uomini e delle donne), ristorante, le camere sono attrezzate di ogni confort con terrazzo dove prendere il té e ammirare il tramonto sul deserto.

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L’albergo è l’unico tocco di modernità in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, Abu Dhabi e Dubai sembrano lontane anni luce. Del resto fino alla scoperta del petrolio negli anni ’30 questo paese viveva di datteri, cammelli e perle che venivano esportate. Il paese non produce nulla e quello che si trova è quasi tutto importato: solo nel resort si trovano cibi occidentali, persino l’acqua italiana Rocchetta arriva fino qui. Un contrasto se si pensa alle donne che qui non solo si mostrano in pubblico velate ma con una gabbia davanti agli occhi e alla bocca che non gli permette di parlare. I posti sono affascinanti ma c’è un’oppressione di fondo che non te li fanno apprezzare in pieno: dal modo che hanno gli uomini di guardare, alle continue avvertenze su come bisogna vestire per non urtare la loro sensibilità e tradizioni, però se gli fai vedere i soldi sono tutti più disponibili.

Aspettiamo il tramonto per affrontare il deserto: dobbiamo arrivare a Mooreb hill questa muraglia di sabbia dove ogni anni si pratica un rally di macchine e di moto da cross. Per arrivare sul posto bisogna percorrere una trentina di chilometri dall’hotel in mezzo al nulla:

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una distesa di sabbia ocra e arancione, dove ogni tanto si incrociano tende beduine con cammelli ma nessuno abita qui perché è impossibile. Quando arriviamo la muraglia fa veramente impressione: sul posto qualche turista, ma soprattutto operatori che si preparano al race di inizio gennaio. Camminiamo sulle dune di sabbia, guardiamo il sole che sfuma dietro le dune tra le ombre che sfilano sempre uguali ma sempre diverse. Ci apprestiamo a tornare, l’assaggio del deserto è stato forse insufficiente perchè il deserto nella sua vastità va ascoltato prima di raccontarlo.

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