Abu Dhabi, dalle dune di sabbia ai grattacieli

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Arrivare ad Abu Dhabi lascia frastornati: non riesci a capire dove finisca la città e inizi il deserto, i grattacieli salgono fino al cielo ma sembrano stare in piedi su piedi di argilla, non c’è un centro di riferimento se non la moschea che per quanto bellissima è abbastanza scomoda da raggiungere. Rispetto ad Dubai, la capitale è meno chiassona, meno lustrini e più concreta: in piena crisi quando la città dei grattacieli, delle isole a forma di palma, degli immensi centri commerciali, piste da sci al coperto e lussuosi resort stava affogando nei debiti, a salvarla fu appunto Abu Dhabi. Un aiuto costato parecchio a Dubai che ora è costretta a dipendere interamente dalla capitale anche politicamente. A un’ora di macchina in direzioni sud, la ricca città petrolifera, capitale del paese e della Federazione dei sette emirati arabi, si sta affermando come centro per la cultura, lo sport e il tempo libero. Al di fuori dei suo confini si estende il vasto deserto di Rub al-khali, chiamato anche Quarto Vuoto, nella regione dell’Al Gharbia, il secondo al mondo per estensione dopo il Sahara.

2014_0103etna0292Rispetto agli altri Emirati della Federazione, Abu Dhabi vanta una superficie sterminata l’87% del paese, la gran parte occupata dal deserto. La popolazione è poco più di 1,6 milioni di abitanti, ma almeno l’80% è straniero in prevalenza indiani, nepalesi, filippini, pachistani che vengono qui per lavorare per pochissimi dhiram al mese. Sono i nuovi schiavi: lavorano sette giorni su sette e dopo un anno hanno il diritto alle ferie, ma fino a quel momento solo lavorare. Non ti va bene? puoi andartene tanto dopo di te decine di altri disperati stanno cercando lavoro.

Ora non pensiate che la città offra grandi attrattive nel senso comune del termine: quasi tutti coloro con cui ho avuto modo di parlare il leit motiv è “Qui non c’è niente da fare”. In effetti la vita qui si svolge dentro i grandi alberghi dove si possono trovare tutti i confort, ottimi ristoranti, campi da golf, tennis, spa e palestre. Ma fuori è difficile muoversi: esistono i pulman molto puntuali, ma dal momento che i taxi costano poco è meglio non impazzire. Inoltre, se si decide di avventurarvi a piedi, attenzione perché attraversare le strade è impossibile in quanto non è previsto l’attraversamento dei pedoni, ci sono dei sottopassi ma ad una distanza di circa un chilometro l’uno dall’altro. Un problema per la città come dimostrano i numerosi articoli di giornale che trattano l’argomento. Che dire?

Il giro classico della città inizia dalla splendida moschea Sheikh Zayed Grand Mosque inaugurata nel 2006 con le cupole che ricordano il tempio indiano Taj Mahal. La guida bulgara non manca di osservare che a costruirla è stata un’impresa italiana (la Salini Impregilo) e il design è di uno studio di architetti milanese. Questo semplice dettaglio, non di poco conto, fa capire subito che qui gli italiani piacciono parecchio: l’eleganza, il marmo bianco abbagliante italiano,  gli interni con 200 lampadari di cristalli veneziani e Swarosky, il tappeto più grande del mondo su cui 40mila fedeli possono trovare spazio per pregare, 80 cupole di marmo, mille colonne e quattro minareti tutto questo fa della moschea di Abu Dhabi una delle  dieci più grandi al mondo.

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La moschea a differenza di altri luoghi di culto simili è visitabile anche dai non mussulmani, ma bisogna attenersi al dress code che vieta gonne troppo corte per le donne che devono entrare con il velo in testa e calzoncini per gli uomini.

Il paese si è costituito da 43 anni, ma fino a 50 anni fa Abu Dhabi era poco meno di un villaggio di pescatori dediti alla pesca del pesce e delle perle: per vedere come era la vecchia città si può visitare Heritage village dove sono stati ricostruiti un forte, la moschea, il suq e un accampamento beduino con le tende e gli animali. Così si viveva prima della scoperta del petrolio all’inizio degli anni ’30, un paese che prima di allora viveva di datteri, cammelli, perle e pesce nulla di più. Oggi per competere con le capitali Occidentali deve importare tutto dalla tecnologia alle infrastrutture, al cibo. Lo skyline che si staglia dall’Heritage village dà il senso del progresso ancora in atto. Per riscoprire le relative antiche tradizioni, c’è una visita in mare insieme ai raccoglitori di perle con tanto di omaggio di perla es2014_0103etna0252tratta dalla conchiglia

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(molto turistico costa circa 120 euro); oppure si può navigare lungo le acque attorno alla città all’interno del parco di mangrovie per la modica cifra di 80 euro un’ora. Difficile trovare informazioni, ma tutti gli imbarchi si trovano sulla corniche, il lungo mare cittadino, basta chiedere a un tassista e vi porterà lui. Le escursioni sono molto turistiche come i “desert safari” tutti falsi e cari non meno di  200 euro per mezza giornata: sappiate che siete circondati dal deserto quindi è come fare una scampagnata fuori porta. Molto meglio prendere un bus alla stazione centrale (per la modica cifra di 35 dhiram) e dirigersi verso il deserto di Liwa oppure verso la città di Al Alin dichiarata patromonio dell’Umanità dall’Unesco.

La Gioconda rivisitata

La Gioconda rivisitata

In genere quando visitiamo una città che non conosciamo cerchiamo i luoghi che hanno fatto la sua storia e la sua cultura. Ad Abu Dhabi, invece, succede il contrario in quanto si visita quello che sarà. Ecco allora che non può mancare una escursione al futuristico centro culturale sull’isola di Saadiyat, il cultural district dove  entro il 2017 (così dicono) troveranno spazio una dependance del museo di Louvre di Parigi, il Guggenheim museum, lo Zayed National Museum quest’ultimo ideato dal famoso architetto di fama mondiale Norma Foster. Non che gli altri architetti che si stanno dedicando agli altri musei siano meno importanti: si va dall’architetto francese  Jean Novel, all’architetto tedesco Frank Gehry a cui si deve gran parte della nuova Berlino costruita dopo la caduta del muro del 1989. Per ora i lavori sembrano ancora indietro, ma intanto la cupola del Louvre è quasi completata. Sull’isola troveranno spazio centri residenziali da favola, ospedale, marine: il petrolio prima o poi finirà e la diversificazione passa quindi da qui. Se andate a guardare le foto degli avanzamenti dei lavori vedrete che stanno costruendo tutto sulla sabbia dove prima era il nulla.

Il Viceroy hotel a forma di disco volante

Il Viceroy hotel a forma di disco volante

Un’altra isola artificiale è Yas Island di fatto un grande parco giochi per grandi e per bambini. Sull’isola si trovano i migliori alberghi di Abu Dhabi (ma si può dormire anche con 80 euro la notte in un ottimo albergo) come il Viceroy Resort, tutto in vetro e luci che si illuminano di notte con il tetto a forma di disco volante. Yas Island è diventata sinonimo di Formula Uno da

L'entrata del Ferrari world center

L’entrata del Ferrari world center

Un selfi davanti alla Ferrari

Un selfi davanti alla Ferrari

quando nel 2009 è stato inaugurato il circuito di Marina circuit che passa letteralmente sotto il Viceroy e dalle camere si può assistere alla corsa delle monoposto. Qui c’è anche il magnifico Ferrari World Center, un tripudio delle rosse di Maranello così amate da queste parti: si narra che lo sceicco di Abu Dhabi comprò in un colpo solo 80 Ferrari da regalare ad amici e parenti. Si sale a bordo di una Ferrari e si spicca il volo sulle montagne russe e una volta scesi si può mangiare un piatto di tagliatelle emiliane con la sfoglia fatta a mano (organizzano anche show cooking). Per anni il fondo sovrano di Abu Dhabi, Mubadala ha sponsorizzato le rosse Ferrari così come la compagnia aerea emiratina Etihad ora entrata in Alitalia con il 49 per cento. L’eccellenza del Made in Italy fa sempre capolino tra le dune e i grattacieli di questa città sospesa tra passato e futuro. Imperdibili le spiagge di Yas island dove provare la schisha una specie di nargilé locale. Il modo migliore per visitare Yas Island è utilizzare il pulmino gratis che fa tutto il giro dell’isola fermandosi ai centri più importanti.

Il bancomat che eroga lingottini d'oro

Il bancomat dei lingottini d’oro

Se avete voglia di fare un giro in città, una passeggiata sulla corniche il lungo mare cittadino, può essere carino ma sappiate che non c’è un granché da fare. Se volete vedere il lusso all’ennesima potenza da vistare l’Empire Resort a fianco c’è il nuovo palazzo reale in costruzione, in stile moschea con marmo abbagliante: all’Empire da ammirare il bancomat che vende lingottini d’oro e il cappuccino spolverato di polvere anche questa d’oro. Di fronte all’Empire potete salire sull’Etihad tower da dove avere una panoramica dall’alto di Abu Dhabi. Da qui si può mangiare o prendere un caffé guardando dall’alto. Per lo shopping cercate il suq al World Trade Center vi divertirete.

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Empire Resort

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Un concorso di bellezza di cammelli nel deserto

Avete mai sentito parlare di un concorso di bellezza per cammelli? Succede ogni anno al festival di Al Dhafra  a Madinat Zayed un’oasi nel deserto del Al Gharbia a 220 chilometri da Abu Dhabi. In mezzo alla sabbia per due settimane (quest’anno dal 20 dicembre 2014 al 1 gennaio 2015) più di 5mila cammelli si danno appuntamento e a contendersi il primato sono due razze: i cammelli Asayil e i Majaheed. I primo sono originari dell’Oman e degli Emirati arabi e hanno il manto bianco i secondi arrivano dall’Arabia saudita e sono scuri, come quelli della foto. Nel corso delle giornate del festival ci sono circa una settantina di aste durante le quali le due categorie di cammelli vengono valutate dai giudici in base al colore del manto e all’età. Quello del concorso di bellezza non è l’unico appuntamento del festival: ci sono le gare di cavalli, dei falchi (una vera passione per questo popolo) dei cani saluki, e poi ancora il concorso per i migliori datteri, le migliori stoffe, le auto d’epoca insomma qualsiasi occasione è buona per mettere in luce le tradizioni beduine, l’etnia di origine delle popolazioni degli Emirati arabi.

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Mi sono imbattuta nel festival di Al Dhafra percorrendo l’unica strada che porta verso il sud all’oasi di Liwa in pieno deserto dove regnano indisturbate da secoli le piantagioni di datteri. Una fortuna perché ogni anno il festival cambia periodo e un’occasione unica per potere avvicinarsi a questo festival di colori perché oltre ai cammelli e ai cavalli, le tradizioni beduine sono esposte in bella mostra nei suq tradizionali: stoffe, vestiti, teiere e bicchierini per il te e poi i datteri una vera specialità con cui si fanno buonissime marmellate e un dolce servito con una crema di caramello da mille calorie. Nella spianata dove vengono allestiti i recinti per gli animali in concorso trovano spazio anche le stalle e le aree adibite agli accompagnatori e agli stallieri, tante persone che per due settimane resteranno qui in mezzo al deserto, al caldo in attesa del proprio turno. Storicamente, i cammelli erano il simbolo della ricchezza di una tribù e di potenza, oltre ad essere utilizzati per il latte, il trasporto e per altri scopi.

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Che cosa rende bello un cammello? Basta chiedere a qualsiasi delle centinaia di proprietari che affollano il concorso di bellezza. “I giudici sono alla ricerca di cammelli con i grandi capi, ampi colli, orecchie ditta, larghe guance e grandi baffi” spiega Ali Al Mansouri, proprietario di un cammello. “Il corpo deve essere lungo, la gobba e la parte posteriore grande, anche il colore e la postura sono importanti.”  Ogni giorno si svolgono cinque competizioni di Asayel e quattro di Majahim. Ogni gara inizia con 100 cammelli, da cui i giudici scelgono i 50 più belli, poi il campo si restringe a 10. I possessori del top 10 riceveranno premi tra cui auto di lusso e denaro tra Dh18,000 e Dh30,000 (tra i 3mila e 7mila euro). Il proprietario ha la responsabilità di  mantenere i cammelli in perfette condizioni perché quelli con una malattia della pelle non hanno alcuna chance per competere.

Verso l’Oasi di Liwa  nel deserto del Rub al-Khali  

2014_0103etna0220Il concorso di bellezza dei cammelli l’ho incontrato sulla strada per l’oasi di Liwa a 330 chilometri da Abu Dhabi. Ero partita dalla stazione centrale con l’autobus X60: trovare indicazioni è difficilissimo. Questo mezzo parte alle sette del mattino con una frequenza di ogni due ore e impiega circa tre ore e mezzo per arrivare a Mezaira’a, la cittadina, se così si può dire, di due strade in croce in mezzo alla sabbia. Non sono eccessiva se vi dico che è il nulla assoluto solo dune di sabbia e piantagioni di datteri che macchiano di verde il giallo della sabbia. L’arrivo è un scioccante perché sull’unica strada di negozi fulcro delle attività si trovano soltanto prodotti per il campo e per l’edilizia, il suq a fianco vende ancora meno. Però si può bancomat e una stazione di servizio sono a portata di mano. Più scioccati di noi era una coppia lituana anche loro sull’autobus. Insieme abbiamo deciso di condividere l’unico taxi della zona, guidato da un pakistano che a vedere queste orde di turisti (quattro) si è spaventato. Cicciotello accaldato a malapena ci ha dato qualche indicazione: volevamo raggiungere il forte, unica attrattiva della zona insieme alla fantastica duna del Moreeb Hill detta la “montagna spaventosa” che con i suoi 300 metri è considerata la duna più alta del mondo, l’unica vera attrattiva di Liwa, famosa per essere la patria delle famiglie reali, gli attuali sovrani di Dubai e Abu Dhabi.

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Saliamo sul taxi e percorriamo una ventina di chilometri per raggiungere il forte. Il paesaggio è incredibile: siamo nel vasto deserto saudita di Rub al-Khali (il Quarto vuoto)  che ha una superficie come la Francia, la Svizzera e il Belgio messi insieme, creato quando Allah suddivise l’universo in quattro: cielo, terra, mare. Il quarto spazio rimase vuoto, era il Rub al-Kali. Soltanto il Sahara lo supera per estensione e il vuoto si riferisce al fatto che questa vasta porzione arida della Penisola Arabica, ricca di petrolio, è inabitabile.

La torre del forte di Liwa

La torre del forte di Liwa

Arriviamo al forte aperto ai visitatori anche perché dentro non c’è nulla. Salendo sulla torre si può ammirare la distesa del deserto che si perde a vista d’occhio. Sono almeno otto i forti dislocati nel deserto costruiti tutti nell’ottocento dalla tribu di Bani Yas per protezione e dare un senso di autorità alla comunità. Non c’è molto di più da vedere quindi riprendiamo il taxi che ci stava aspettando e torniamo in città, si fa per dire. Qui la nostra strada si separa da quella dei lituani perché ci aspetta una notte nel deserto. Il nostro albergo il Liwa hotel è l’unico della zona. Si trova in cima a una immensa duna che domina il deserto: ci accompagna il nostro taxista fidato che ormai non ci molla più e la prima impressione è molto positiva: il resort dispone di tutte le comodità con piscina, spa e palestra (rigorosamente separate quella degli uomini e delle donne), ristorante, le camere sono attrezzate di ogni confort con terrazzo dove prendere il té e ammirare il tramonto sul deserto.

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L’albergo è l’unico tocco di modernità in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, Abu Dhabi e Dubai sembrano lontane anni luce. Del resto fino alla scoperta del petrolio negli anni ’30 questo paese viveva di datteri, cammelli e perle che venivano esportate. Il paese non produce nulla e quello che si trova è quasi tutto importato: solo nel resort si trovano cibi occidentali, persino l’acqua italiana Rocchetta arriva fino qui. Un contrasto se si pensa alle donne che qui non solo si mostrano in pubblico velate ma con una gabbia davanti agli occhi e alla bocca che non gli permette di parlare. I posti sono affascinanti ma c’è un’oppressione di fondo che non te li fanno apprezzare in pieno: dal modo che hanno gli uomini di guardare, alle continue avvertenze su come bisogna vestire per non urtare la loro sensibilità e tradizioni, però se gli fai vedere i soldi sono tutti più disponibili.

Aspettiamo il tramonto per affrontare il deserto: dobbiamo arrivare a Mooreb hill questa muraglia di sabbia dove ogni anni si pratica un rally di macchine e di moto da cross. Per arrivare sul posto bisogna percorrere una trentina di chilometri dall’hotel in mezzo al nulla:

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una distesa di sabbia ocra e arancione, dove ogni tanto si incrociano tende beduine con cammelli ma nessuno abita qui perché è impossibile. Quando arriviamo la muraglia fa veramente impressione: sul posto qualche turista, ma soprattutto operatori che si preparano al race di inizio gennaio. Camminiamo sulle dune di sabbia, guardiamo il sole che sfuma dietro le dune tra le ombre che sfilano sempre uguali ma sempre diverse. Ci apprestiamo a tornare, l’assaggio del deserto è stato forse insufficiente perchè il deserto nella sua vastità va ascoltato prima di raccontarlo.

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