#Torino, San Salvario un borgo che non dorme mai

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La movida di San Salvario

C’è un quartiere a Torino da scoprire: è il borgo di San Salvario vicino alla stazione di Porta Nuova e al Palazzo del Valentino diventato famoso negli ultimi anni per la Movida notturna e per i locali alternativi, i mercati, le botteghe ecologiche. Un quartiere che non dorme mai. Fino a qualche anno fa era una zona poco frequentabile per le tensioni multietniche, l’immigrazione e lo spaccio, oggi è diventato un quartiere modello dove accoglienza e condivisione sono divenute le parole chiave per la rinascita. Di notte la Movida non lascia tregua agli abitanti che regolarmente organizzano petizioni, finora senza successo, contro questa marea di giovani anima pulsante della vita notturna cittadina. Qui puoi passare da un locale all’altro bevendo senza spendere una follia. Lo spettacolo non sta dentro i locali ma fuori nei vicoli di San Salvario dove a fatica si riesce a passare a piedi, figuriamoci  in auto.

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La casa del quartiere

San Salvario è soprattutto il progetto pilota che Torino città metropolitana, in collaborazione con l’Asl e Slow Food hanno creato sul cibo inteso non come locali stellati e chef famosi, ma come buone pratiche quotidiane perché anche quando andiamo al bar a mangiare un panino vogliamo avere la certezza di ciò che mangiamo. Il progetto presentato nell’ambito del Festival del giornalismo alimentare è riuscito in poco più di un anno a costruire una rete di negozi, bar, caffetterie, focaccerie, pasticcerie, ristoranti, pizzerie, piole, bistrot tutte appartenenti al circuito “Feeding your fair“, ad indicare che in quel locale si aderisce alle buone pratiche del cibo. Elena Di Bella dirigente dei servizi di politiche sociali e di parità lavora per la città metropolitana alla selezione dei locali che devono dimostrare in primo luogo di non usare cibi che contengano polifosfati aggiunti, non devono utilizzare grassi idrogenati, neppure olii tropicali come l’olio di palma, oppure cibi precotti e formaggi fusi come le sottilette. “Cibo e salute non devono essere appannaggio solo di chi investe in prestigiose location, in immagine e in slogan salutistici perchè – spiega Elena Di Bella – ci sono operatori meno visibili, ma non per questo meno capaci, i quali scelgono con cura le materie prime si occupano della genuinità dei loro prodotti e prestano attenzione all’ambiente, alle disuguaglianze sociali e alla promozione della salute”.  Il giro dei locali non può prescindere da una visita alla casa del quartiere, un luogo di incontro e di socializzazione, con bar e ristorante al suo interno in via Morgari 14. Un tempo bagni pubblici oggi la casa del quartiere è una rete di strutture gestite dal quartiere stesso. Sulla piazzetta la Chiesa del Sacro Cuore dove si affaccia la casa di Natalia Ginzburg a cui è dedicata la piazza. La zona era abitata dalla comunità ebraica come testimonia la bellissima sinagoga poco distante e la sua piazza dedicata a Primo Levi.

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La Sinagoga

Il giro tra i maestri del gusto e le buone pratiche inizia da un negozio particolare Il Negozio Leggero in via Ormea 23 che vende prodotti senza imballaggi per ridurre la produzione dei rifiuti domestici. Vino, birra, pasta, detersivi per la casa, biscotti, legumi tutto è venduto senza imballo. I clienti arrivano al negozio portandosi i contenitori, bottiglie di vetro, in plastica, sacchetti che riempiono con gli alimenti. Un risparmio non solo per l’ambiente, ma anche per il portafoglio dal momento che la spesa quotidiana in questa modalità consente di risparmiare dal 30% al 70% rispetto all’equivalente prodotto confezionato.

Il giro a San Salvario continua tra le vie e i negozi del quartiere, il mercato storico presente fin dall’800. In via Madama Cristina 18 c’è Lait e Formagg, una latteria dove i prodotti sono selezioni con un’attenzione maniacale tracciando tutta la filiera della lavorazione dei latticini, una dedizione che ai gestori è valso il titolo di Maestri del gusto.

Il Negozio leggero

Il Negozio leggero

Il mercato

Il mercato

Al circuito delle buone pratiche alimentari non poteva mancare Verdessenza, l’ecobottega della sostenibilità in via San Pio V, 20 dove potere acquistare attraverso i Gas (i gruppi di acquisto solidali) e tra gli scaffali trovano spazio i prodotti del commercio equosolidale, i prodotti delle terre confiscate alla mafia e delle terre terremotate. Ad esempio la carne arriva solo dai produttori che garantiscono allevamenti sani con attenzione alla salute degli animali. Tra i bistrot e i ristoranti che aderiscono all’iniziativa la caffetteria francese Si Vu plé (via Berthollet 11) dove acquistare prodotti rigorosamente francesi di piccoli produttori d’Oltralpe,  a fianco l’insegna  Camaleonte per arrivare allo Spazio Mouv in via Pellico 3 dove Daniela e Margherita via accolgono non solo per degustare i loro piatti ma anche per visitare la mostra del momento con le tele esposte tra un tavolo e l’altro.

Lait e formagg

Lait e formagg

Un locale casa e bottega perché a fianco del ristorante c’è la sede della loro agenzia di comunicazione e pubblicità. Qui trovano spazio i produttori delle Langhe di vino, frutta e verdura, noccioli fino ai famosi tajarin, le sfoglie di pasta tirata a mano e tagliate al coltello.

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I tajarin di Spazio Mouv

Agli appassionati del brunch da consumare tra colazione e pranzo, lo Spazio Mouv risponde con la merenda sinoira questa volta tra la merenda e la cena (sina significa cena), una tradizione che arriva da lontano quando nelle aie di campagna, al ritorno dai campi col sole che tramontava, i contadini si fermavano per scambiarsi due parole a casa dell’uno o dell’altro. La merenda sinoira era una cerimonia rituale improvvisata e nei cortili sotto le tòpie (pergolati) arrivavano i formaggi, salumi, acciughe al verde, uova sode, insalata russa, qualche carpione… pane casareccio e un pintone di dolcetto a completare. Il nostro giro termina da Affini dove degustare il vermouth con le fave di cioccolato. San Salvario è tutto questo e molto altro se questa storia vi ha incuriosito contattate i ragazzi delle Guide Bogianen (in torinese vuol dire testardo) per scoprire luoghi insoliti di una città che non si ferma mai.

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Il bar Affini dove degustare il vermouth con le fave di cioccolato

Quegli Infernot del Monferrato patrimonio dell’Umanità

Quando viaggi è la curiosità che ti porta: puoi fare migliaia di chilometri lontano da casa oppure soltanto qualche centinaia e scoprire mondi nascosti, che raccontano un passato lontano. Sapete che cosa sono gli #Infernot? Io l’ho scoperto una domenica uggiosa di febbraio quando tra la distrazione generale e la rilassatezza di una campagna quella del Monferrato che ti accoglie tra le sue prelibatezze, qualcuno ha pronunciato la parola magica Unesco.

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E sì perché una parte di queste terre, le Langhe e il #Monferrato, dal 2014 sono patrimonio dell’Umanità e a potersi fregiare del prezioso riconoscimento sono anche gli Infernot, parola sconosciuta con una assonanza simile al grammelot quella lingua strana di Dario Fo, ma credo non 20160227_163659centri nulla. In questi momenti ti senti piccolo e provinciale: percorrere migliaia di chilometri alla ricerca dell’esotico per poi scoprire che dietro casa ci sono tesori invidiati da tutto il mondo.  Ecco allora spiegato il mistero degli Infernot: piccole camere sottoterra, scavate nella pietra da Cantoni, una roccia calcarea, simile al tufo, proveniente da sedimento marino, facilmente scavabile e lavorabile. Marino? E dov’è il mare, ci sono solo colline. Qui tutti raccontano che oltre 2 milioni di anni fa tutta la pianura padana fino alla zona delle Langhe e del Monferrato era coperta di acqua, il mare Adriatico era molto più esteso di oggi. Poi quando le terre emersero, non chiedetemi quando e perché, la prima terra a sbucare fu proprio il Monferrato circondato da formazioni calcaree, il cui passato marino è ancora oggi evidente nei tanti fossili che si possono scorgere tra le rocce.

IMG-20160227-WA0014Gli Infernot riconosciuti dall’Unesco sono scavati in questa pietra marina, stanze senza luce ed aerazione, raggiungibili attraverso la crota, ovvero una cantina, utilizzati per conservare vino e alimenti. La parola Infernot ha una origine francese e significa la cella più angusta del carcere, insomma un vero inferno. Gli Infernot scavati nella pietra arenaria sono gli unici riconosciuti dall’Unesco e dei 47  rimasti nel Monferrato soltanto 9 (tra cui quello nelle foto di Cella Monte) sono oggi patrimonio dell’Umanità. La loro profondità può arrivare fino a 17 metri sotto la superficie e mantiene una temperatura costante tra 14 e 16 gradi tutto l’anno.  Oggi si possono definire come opere architettoniche uniche e originali, costruite con pochi e umili attrezzi, con i segi degli scalpelli ben evidenti nella roccia, una abilità oggi riconosciuta dall’Unesco che li ha definiti “singolari manufatti architettonici” a rappresentare “la radicata cultura del vino e dello straordinario paesaggio modellato dal lavoro dell’uomo”.

Wine Therapy tra le colline 

Le colline del Monferrato non finiscono di stupire. Messe in competizione con le Langhe cercano di mostrarsi al mondo per quelle che sono: meno eleganti e curate delle colline limitrofe, rimaste al margine del fortunato riconoscimento Unesco che ha fregiato del prestigioso titolo soltanto gli Infernot, più accessibili se si pensa che un ettaro delle Langhe può costare fino a un milioni di euro.

IMG-20160227-WA0011Questo non toglie che tra queste colline si possano trascorrere tranquilli fine settimana romantici tra piatti ricercati e attrazioni fantasiose come la Wine Therapy antiage di Ca’ San Sebastiano a Camino in provincia di Alessandra, a cinquanta minuti da Torino. L’esperienza del bagno nel barbera ti fa ubriacare soltanto a pensarci, poi scopri che come per magia si trasforma in realtà. Per chi è allergico all’alcol è meglio che si dedichi ad altre distrazioni.

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Il Wine Resort della famiglia Vellano, sulla strada per Castel San Pietro, un tempo casolare di campagna, ristrutturato negli anni 2000 quando le Langhe e il Monferrato ricominciarono a diventare meta del turismo straniero, ti accoglie offrendoti una crostata della casa con la marmellata rigorosamente fatta con la frutta coltivata da loro che si può vedere sporgendosi sulla vallata dove sorgono le vigne e i frutteti: è l’antipasto prima di immergerti nella Spa tutta in legno e vetrate da cui godere un panorama mozzafiato.20160227_113738

L’odore del vino ti travolge prima che tu possa fare qualcosa: tinozze in legno per un veloce idromassaggio, una vasca con acqua termale, sale massaggi da fare in coppia e gran finale la vasca idromassaggio al vino. Il colore rosso del liquido e il suo odore sono inequivocabili e una volta immersi si può godere del tepore sorseggiando un calice di moscato. All’uscita, una doccia veloce, qualche momento di relax bevendo questa volta una tisana per spegnere i fumi dell’alcol e via al ristorante dove si pasteggia con il vino della casa Barbera, Grignolino che portano i nomi degli avi ma c’è anche Osiri in onore di una statuetta egizia ritrovata negli scavi della cantina. In primavera le colline del Monferrato diventano teatro per ciclo turisti con tragitti accessibili a tutti specialmente per chi affronta i runner in e-bike.